Evangelion: Finale (2/2)

Benvenuti a tutti, questa è l’ultima puntata della nostra avventura nel mondo di Evangelion.
Sono ormai trascorsi mesi da quando ho scritto il primo articolo del ProgettoEVA2015, e spero che questo viaggio insieme vi abbia appassionato.
Siamo alla fine quindi poche chiacchiere, nella prima parte del Finale siamo arrivati a un punto clou di The End of Evangelion, il rituale per il Perfezionamento dell’Uomo è ormai stato avviato dalla Seele e Gendo ha perso la sua opportunità di unirsi a Lilith tramite Rei.
Quest’ultima sentendo il grido di Shinji ha fatto di testa sua ed ha risvegliato la madre dei Lilim, che amplificando il proprio A.T. Field ha raggiunto la superficie… Ora tutto è nelle mani di Shinji!
Sottolineo che l’analisi non si pone obiettivi di completezza né di eccessivo dettaglio, in particolare mi soffermerò maggiormente su alcune delle parti che ritengo più importanti e inevitabilmente, in quanto progetto personale, è da intendersi come un’interpretazione soggettiva della vicenda, non certo come la verità ufficiale sugli eventi.
A questo punto possiamo iniziare…
Vi auguro buona lettura!

Shinji & Asuka

Iniziamo subito con un’osservazione importante: è evidente che The End of Evangelion sia incentrato sulla potenziale relazione tra Shinji e Asuka, ma per quale motivo?
Se tale questione nella prima metà della serie TV stava iniziando a emergere, sappiamo bene che poi è stata accantonata insieme a tutte le altre cose che facevano da sfondo alla narrazione, per focalizzare tutto lo storytelling verso la risoluzione di Shinji e per sfondare la quarta parete dando un forte messaggio agli otaku; ma allora perché nel film il tema ritorna?
Il finale del film e i suoi contenuti sono diversi rispetto al finale TV?
Fondamentalmente no, The End of Evangelion e il finale rappresentato nella serie TV non sono antitetici, ma sono due facce della stessa medaglia. Il punto è che il film riprende i concetti di separazione, desiderio, conflittualità e dipendenza presentati estensivamente nell’episodio 26, e li rappresenta con altre vesti, ovvero tramite il rapporto tra Asuka e Shinji.

Per Shinji la silenziosa Rei rappresenta una figura materna, non solo perché lei è un clone di Yui, ma soprattutto perché è accondiscendente e quindi permette a Shinji di approfittare della sua indulgenza, viceversa l’esuberante Asuka rappresenta l’Altro per antonomasia, non solo perché va al di là del controllo di Shinji, ma anche perché rappresenta l’altra metà del firmamento. Si noti infine che la contrapposizione tra Asuka e Rei avviene anche tramite l’uso di colori, caldi come il rosso e il giallo per la Second e freddi come l’azzurro e il grigio per Rei, e tramite l’accostamento a due corpi celesti, rispettivamente il Sole e la Luna.
A riguardo cito gli approfondimenti svolti da Evageeks e quelli in italiano presenti nella wiki italiana di Evangelion curata dall’utente Berserkelion.

Tutto ciò rientra in modo molto azzeccato nel gioco delle simmetrie e dei leitmotiv grafici a cui ho fatto cenno anche nella prima parte di articolo.

Ricordo a questo punto quanto detto da Kaji nell’episodio 18:

La parola fidanzata nei suoi kanji significa ‘donna molto distante’. Le donne sono gli esseri dell’altra riva, per noi uomini intendo. Questo significa che tra l’uomo e la donna scorre un fiume, un fiume più ampio e profondo del mare.

Asuka e Rei

La potenziale coppia Shinji/Asuka inizialmente avrebbe dovuto ricalcare il duo Jean/Nadia de Il mistero della pietra azzurra, come detto sia da Anno che da Sadamoto in alcune interviste:

Ho pensato che Asuka potesse occupare la posizione di una “idol” nel mondo di Eva, e che il rapporto tra lei e Shinji fosse come il rapporto tra Nadia e Jean. Per quanto riguarda Rei, l’ho creata con una personalità opposta ad Asuka.

Tuttavia se Asuka e Nadia si assomigliano Shinji e Jean sono piuttosto diversi, poiché il primo ha molti più complessi esistenziali rispetto al secondo e quindi al di là fatto che non riesce a leggere i messaggi discordanti che gli arrivano da Asuka sull’interesse di questa nei suoi confronti, Shinji, a differenza di Jean con Nadia, non sarebbe comunque stato in grado di fare nulla per lei, in quanto si odiava, non aveva interessi personali né obiettivi di vita.
Nella serie TV l’attrazione, la tensione sessuale e la dipendenza reciproche tra Shinji e Asuka sono evidenziate soprattutto negli episodi 9, 10, 15 e 22.
Per Shinji la procace rossa rappresenta da una parte colei che risveglia i suoi interessi sessuali, come l’eccitazione di Shinji nell’episodio 10 nella scena alle terme o il tentativo di bacio che il ragazzo attua nell’episodio 9, dall’altra rappresenta la novità e quindi suscita curiosità e interesse, come messo in luce nei momenti in cui lui riconosce le differenze tra sé e la ragazza.

Dall’altra parte vediamo Asuka che, sebbene durante il viaggio per arrivare in Giappone abbia detto a Kaji di non voler alcun ragazzo, in quanto nessuno sarebbe alla sua altezza, conoscendo Shinji matura un certo interesse nei suoi confronti. D’altronde lui è un pilota di Eva come lei, e nonostante sia un po’ imbranato, poco perspicace, insicuro e complessato, mostra di essere a suo modo in gamba: si impegna nel balletto per combattere l’Angelo Israfel, salva Asuka dal vulcano e riesce a superarla nel test di sincronia dell’episodio 16.
Asuka ripete diverse volte a Shinji “Sei un uomo, no?”, proprio perché cerca in lui un degno compagno, un uomo come Kaji, l’unico che la ragazza non vede debole come il proprio padre. D’altronde a parte Kaji gli altri ragazzi sono tutti insignificanti per lei. Quanto detto trova conferma lungo tutta la serie:
* Nell’episodio 9 Asuka dice a Shinji che tra loro ci sono le “Inviolabili mura di Gerico” e lui non deve osare importunarla nel suo letto; ma chiaramente le mura di Gerico sono crollate ed è evidente che Asuka desideri lo stesso: la sua punzecchiata a Shinji è fatta solamente per metterlo alla prova, per vedere se il ragazzo ha il coraggio e la fermezza di andare da lei.
* Nell’episodio 15 quando Asuka propone a Shinji un bacio per combattere la noia, gli chiede espressamente “Non avrai mica paura?”; il ragazzo supera questa prima provocazione, ma poi si blocca alla seconda, “Non respirare!”, e nel bacio risulta totalmente passivo.
* Nell’episodio 22 i nodi vengono al pettine e scopriamo il dispiacere della rossa per il fatto che Shinji non aveva oltrepassato le mura di Gerico, nonché il suo sconforto per il fatto che Shinji nel bacio non si è comportato in modo attivo, il tutto esplode di questa battuta:

Si può sapere che cosa ci fai tu lì?! Se non fai mai nulla! Non mi aiuti mai! Non mi abbracci neppure!

Asuka e Shinji – mura di Gerico, bacio e gli sconforti della ragazza

Notando che da sola non riesce a sconfiggere nemmeno un Angelo, prima perché aiutata dai suoi colleghi First e Third Children, poi perché gli Angeli diventano talmente potenti che non è più possibile sconfiggerli nemmeno con gli Eva, se non con lo 01 in berserk, la Lancia di Longinus e l’autodistruzione dello 00, Asuka si scopre colpita nel profondo della propria identità: non è più in grado di fare nulla da sola.
Lei che aveva proiettato nell’Eva il fondamento del proprio essere, una volta divenuta incapace di pilotarlo si è ritrovata persa, inutile, mentre Shinji era asceso alla condizione di invincibile eroe.
A questo punto l’attrazione e la contemporanea repulsione verso il ragazzo crescono sempre di più, Asuka non vuole nessuno, però Shinji deve essere suo (ricordiamo l’episodio di gelosia quando lo vede con Rei alla stazione nell’episodio 22), ma il ragazzo con lei non riesce ad andare mai oltre, e lei lo respinge (“Non avvicinarti! vi odio tutti!”) sperando però che lui si comporti con fermezza e superi le barriere.

E nel manga? Possiamo sentire direttamente il parere di Sadamoto, grazie a una sua risposta ai Sadamoto Days:

DOMANDA: Asuka e il suo rapporto con Shinji hanno un ruolo centrale nella serie, mentre nel manga lei è tenuta un po’ in ombra rispetto a Rei. Da cosa dipende questa differenza?
SADAMOTO: (ride) Anno ed io abbiamo un punto di vista diverso, su questo. Il manga è meno spettacolare rispetto all’anime, c’è meno azione, per cui io ho preferito concentrarmi fin da subito sul rapporto tra Shinji e sua madre, che è il nucleo della mia opera. L’anime invece, proprio perché è più spettacolare, ha un altro punto di vista. Certo, il rapporto tra me e mia madre è diverso. (ride) Un manga che mi ha molto influenzato è stato Hyouryuu Kyoushitsu, di Kazuo Umezuo, che parla proprio del rapporto tra madre e figlio. Qualsiasi madre del mondo vuole il meglio per il figlio, e il mio manga parla di questo.

Asuka e Shinji – illustrazione di Sadamoto

Nel manga il rapporto/scontro tra i due ragazzi è molto mitigato e prende una prospettiva decisamente più da commedia.
Alla fine risulta quasi assente l’attrazione tra i due coinquilini, con Asuka che non cerca ripetutamente attenzioni da Shinji e non si strugge per il suo essere passivo con lei, e di converso anche lui non è attratto da lei ma bensì la considera “una ragazza come tante altre” (volume 4 del manga, Stage.24).

Inoltre anche nel crollo della Second non ci sono pensieri al Third come nell’episodio 22 della serie TV, bensì tutto si focalizza nella vicenda con la madre Kyoko e con il riscontro di non poter fare tutto da sola.
Anche nel volume 13, quando i due ragazzi combattono contro la Serie degli Eva e si preoccupano per la sorte dell’altro con evidente trasporto, sembrano semplicemente due ragazzi cresciuti che si aiutano a vicenda, viceversa nella serie TV tra loro si sviluppa un rapporto di attrazione e repulsione, ed è soprattutto Asuka a desiderare una certa solerzia da parte del ragazzo, mentre l’interesse di quest’ultimo viene esplicitato soprattutto nel film, come vedremo tra poco.

Caleidoscopio di incubi

A questo punto arriviamo a The End of Evangelion, in cui viene rappresentato in modo ossessivo il rapporto tra Shinji e Asuka e più in generale la paura del ragazzo verso le donne (indicato tra l’altro anche da Misato nell’episodio 23 dopo la morte di Rei).

La scena della masturbazione

Nel film Shinji è ormai rimasto solo e, non potendosi più aggrappare a nulla e a nessuno, va a trovare Asuka che si trova sedata nella stanza ospedaliera 303; Shinji le chiede di aiutarlo, di prenderlo in giro: ciò che cerca Shinji è un appiglio a cui avvinghiarsi, un copione già scritto in cui tanto non dovrebbe far altro che subire, però gli andrebbe bene perché ci è abituato, sarebbe comunque meglio che sentirsi solo con la propria condizione di solitudine di essere umano.
Tuttavia Asuka non può far nulla per lui e allora Shinji, strattonando Asuka con forza e scostando accidentalmente il lenzuolo, si ritrova dinnanzi al seno nudo e alle mutandine in vista della ragazza priva di sensi, e si masturba dinnanzi a lei. Shinji non fa altro che soddisfare mentalmente il bisogno di dipendenza, e nell’atto della masturbazione è come se realizzasse un mix tra il possesso e l’attaccamento nei confronti dell’altro, in realtà illusorio: alla fine cosa rimane? Nulla.

Sono un mostro.

Lo sfogo sessuale, legato all’energia psichica Libido, a sua volta legata alla pulsione di vita Eros in uno dei modelli psicoanalitici di Sigmund Freud, risulta disturbante e tristemente osceno, inoltre svilisce la dignità della ragazza come persona e come donna poiché considerata semplicemente come un corpo attraente, un mero oggetto di desiderio.
Possiamo osservare la scena da un’altra prospettiva, intendendola come una critica agli otaku e alla loro ossessione verso i personaggi disegnati degli anime/manga, fino agli hentai e più in generale qualsiasi tipo di feticcio [e.g. action figures, dakikamura] a cui sono attaccati e verso cui riversano i loro desideri, talvolta anche sessuali.
In tal senso Asuka rappresenterebbe simbolicamente un tale feticcio, mentre Shinji nell’atto della masturbazione rappresenterebbe lo sfogo degli otaku su questo.

All’inizio del paragrafo precedente ho affermato che in The End of Evangelion la tematica della conflittualità con l’Altro viene rappresentata tramite Asuka e Shinji, ma ancora più in generale ci viene mostrato come Shinji non riesca a comprendere i contrasti di personalità interni alle persone, in particolare nelle donne, i cui comportamenti considera ambigui (compresenza di gentilezza e aggressività), anche perché non gli danno la benevolenza incondizionata della figura femminile da cui deve distanziarsi, ovvero la madre (ricordiamo la questione del complesso Edipico) e pertanto lo rendono insicuro, bisognoso di approvazione e quindi dipendente dalle persone.

Prima di andare avanti con l’analisi del film è utile fare un breve excursus che ci permette di incastrare nel contesto giapponese contemporaneo alcune delle tematiche trattate da Anno.
Nel Novecento l’autorità paterna è andata indebolendosi, mentre le donne hanno preso maggior consapevolezza delle proprie potenzialità: la mutazione della società in relazione alle modifiche dei ruoli di genere è senza dubbio interessante per avere un’idea più generale, non solo di Evangelion ma anche dell’epoca in cui è stato sviluppato.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale sia agli uomini che alle donne giapponesi venne garantita la libertà di scegliersi il coniuge e l’occupazione; in particolare nel 1946 la popolazione femminile ha ottenuto il diritto di voto, e nel 1986 entrò in vigore la legge per le pari opportunità in materia d’occupazione. In questo modo se una donna diventa in grado di mantenersi da sola senza dover contrarre matrimoni combinati, la tradizionale convinzione che la sua felicità dipenda dalla creazione di una famiglia decade.
Unificando queste considerazioni con il fenomeno della dipendenza dalla benevolenza, si riscontra come in particolare in Giappone gli uomini e l’autorità patriarcale siano diventati più deboli nell’ultimo secolo. Un’osservazione che sostiene quanto detto è quella fatta dal regista Isao Takahata e inserita in un articolo dedicato a The Red Turtle, recente film dello Studio Ghibli:

Tu sai che in Giappone le donne sono più forti degli uomini.

Anche Hideaki Anno ha detto che nel corso del tempo gli uomini giapponesi sono diventati sempre più deboli, mentre di converso le donne sono diventate sempre più forti. Una considerazione in relazione a ciò e che si ricollega a Evangelion si può leggere nell’intervista a Hideaki Anno, di cui avevamo già esaminato alcuni estratti nell’articolo dedicato alle fascinazioni sci-fi:

Quando le hanno detto che il pubblico americano preferisce Misato?
ANNO: Sono sorpreso. In Giappone, il personaggio preferito in modo schiacciante è Rei. Essi (i giapponesi) non riescono a gestire le donne forti come Misato e Asuka.

Un’ulteriore considerazione interessante in questo contesto è quella degli uomini “erbivori”, ovvero ragazzi under 30 affettuosi e particolarmente legati alle proprie madri, che sono poco interessati sia a far carriera in ambito lavorativo, che al sesso e al fidanzamento.

Cito l’articolo del 2013 del 2013 scritto da Naoko Okada per Repubblica:

Quando si è giovani, soprattutto per i maschi, attirare l’attenzione dell’altro sesso è l’interesse primario. È la natura umana, ma in Giappone aumentano i “ragazzi passivi” in fatto di relazioni amorose. Nel sondaggio del Recruit Bridal Souken, il 44,3% degli uomini tra 20 e 30 anni ha dichiarato di essere single e di non aver mai avuto una fidanzata. I dati confermano l’aumento dei cosiddetti “uomini erbivori”: ragazzi pacifici, seri e gentili ma timidi e quindi estremamente prudenti nel mettere a nudo i propri sentimenti per costruire storie d’amore. Non si ostinano ad avere successo con le donne e non le corteggiano, eppure questo non implica un totale disinteresse per l’altro sesso.

Il fenomeno va di pari passo con quello delle “donne carnivore”: corteggiatrici audaci, molto sicure di sé, il cui scopo è spesso l’avventura di una notte. Si sono così invertiti i comportamenti di uomini e donne. È lontano il tempo in cui le ragazze giapponesi venivano chiamate “garofano selvatico”, paragonate a un fiore grazioso e delicato ma forte dentro.

Nella società giapponese di oggi le donne guadagnano spazio ma non sono esattamente emancipate perché costrette a diventare come l’uomo, malgrado una differenza biologica indelebile, stringendo i denti senza mostrare alcuna debolezza.

Nello stesso sondaggio il 48% degli intervistati si definisce erbivoro. Proprio questo atteggiamento sarebbe una delle cause dell’aumento dei single.

Per qualche approfondimento sugli uomini erbivori e sul rapporto uomo-donna in Giappone, soprattutto per quanto riguarda gli anni attuali, trovo interessanti i seguenti articoli, uno scritto nel 2009 dall’utente RyOGo di Animeclick e l’altro nel 2015 dall’utente Hachi194.

A questo punto lo spettatore viene gettato in un caleidoscopio di scene in cui Shinji entra in contatto con le sue debolezze, i suoi dubbi, le sue paure e così via. Non è chiaro se Shinji immagini le scene nella sua mente, se si tratti di ricordi, se siano giochi d’autore in bilico tra narrazione e meta-narrazione con lo spettatore, o se siano addirittura situazioni che si vengono a creare per l’intersezione tra le coscienze dei personaggi a causa dell’Anti-A.T. Field. Non mi soffermerò su questo aspetto ma approfondirò piuttosto i contenuti delle situazioni che si susseguono.
In particolare vediamo ora tre scene diverse in cui viene rappresentato il rapporto di incomprensione tra Shinji e le donne.

YUI: La Rei che vedi ora è la tua stessa anima. È l’insieme delle speranze che hai custodito.
REI: Cosa desideri?

Shinji, cosa desideri?

Shinji immagina il seno di Asuka.

Dal mio punto di vista il seno nell’immagine ha una doppia valenza, da una parte ricorda il calore materno e l’atto basilare della nutrizione, ovvero succhiare il latte (un’immagine di Shinji al seno della madre compare effettivamente durante la serie TV e anche nel manga), dall’altra il desiderio dell’Altro, nel caso in esame chiaramente il desiderio di Shinji verso Asuka.
Nel libro Schizo Hideaki Anno ha affermato:

Mi viene spesso chiesto se Shinji è [una rappresentazione di] una vecchia versione di me stesso, ma non è così. Shinji rappresenta il me stesso attuale (ride). Mi comporto come un ragazzo di quattordici anni; sono ancora infantile. Non importa in che modo la si guardi, in termini psicologici sono ancora nella fase orale. Sono un tipo malinconico orale-dipendente. Be’, questa è una verità che non posso negare; non posso farci niente.

(NdNevicata: orientarsi tra le quantità mastodontiche di materiale raccolto da Gwern è molto complicato e i link interni alla sua pagina html non sono sufficienti, perciò qualora voleste rintracciare nel testo in inglese il passo in questione vi forniamo il seguente riferimento: From “At First Glance, a ‘Happy End’”)

Ho già citato Sigmund Freud in precedenza e non è un caso, in quanto Hideaki Anno fa riferimento esplicito ai modelli psicoanalitici elaborati dall’austriaco. La “fase orale” indica la prima delle cinque fasi dello sviluppo psicosessuale Freudiano, e richiama al fatto che il bambino nei primi 2 anni di vita usa la bocca per entrare in contatto con il mondo, per esempio con il seno della madre o con oggetti vari, per provare piacere. In questa fase il bambino è fortemente dipendente dalla madre ed è egoista ed egocentrico.
Poiché Hideaki Anno vede se stesso, e di riflesso Shinji, come una persona dalla “personalità orale”, possiamo concludere che il regista parla di dipendenza dalla benevolenza altrui, di egoismo (cercare un vantaggio per sé) ed egocentrismo (negare l’Altro).
Vorrei far notare che il titolo inglese dell’episodio 20 è Oral stage e che nel programma radiofonico sui problemi romantici che si sente nella scena in cui Misato e Ritsuko sono in macchina, probabilmente lo stesso presente nell’episodio 12, viene pronunciato il riferimento alla fase orale.
Anche in seguito troveremo alcuni concetti presi dalla psicologia, e in effetti Anno ha affermato:

In passato, non avevo avuto alcun interesse a studiare la psicologia umana. Avevo solamente frequentato un corso all’università, ma credo di aver sempre avuto qualcosa che mi permette di analizzare la psiche umana. Pensavo di non essere interessato molto agli umani, ma quando incominciavo a parlare di me, avvertivo il bisogno di avere parole adeguate a spiegare. Così, incominciai a leggere libri sulla psicologia. Dal sedicesimo episodio, la trama di Evangelion prese una direzione con la quale si intendeva chiedere solo com’è la mente umana al suo interno. Ho scritto di me stesso. Un mio amico mi prestò un libro sulle malattie psicologiche umane, e questo mi diede una scossa, come se avessi finalmente trovato quello che avevo bisogno di dire.

Ci spostiamo ora alla scena in cui Shinji immagina se stesso da bambino in un parco giochi al tramonto, dove gioca con la sabbia:

SHINJI: Mi ricordo… È come quando ho iniziato a suonare il violoncello… Ho deciso di venire qui, perché ero certo di trovare qualcosa …
BAMBINA1: Dai, vieni anche tu, Shinji!
BAMBINA2: Se ci mettiamo tutti insieme facciamo un bel castello!

Shinji e il parco giochi – alla ricerca di qualcosa

Il Third Children indugia: perché sono qui? È la domanda che si fa dal primo episodio.
Tuttavia il problema non è il luogo in cui è, ma il suo stato interiore, la sua abulia, la sua passività.
Ciò è espresso chiaramente nel paragone con il violoncello, come vedremo successivamente.
Insieme a due bambine dalle fattezze di due bambole, Shinji inizia a costruire qualcosa con la sabbia: una piramide… Il quartier generale della Nerv. Sono qui perché speravo di trovare qualcosa. Dunque le due bambine potrebbero essere una rappresentazione di Asuka e Rei, le coetanee con cui ha lavorato alla Nerv.
Improvvisamente le bambine se ne vanno perché è arrivata la madre, raffigurata con le sembianze di Misato. Shinji rimane da solo e distrugge la piramide, ma poi inizia a ricostruirla. Shinji sperava di trovare una nuova vita alla Nerv, sperava di costruire qualcosa, invece alla fine tutto è crollato. In particolare non ha trovato quell’atmosfera di benevolenza che desidera nel profondo del proprio cuore.

MISATO: Alla fine non ce l’ho fatta a diventare una madre per te, Shinji…

A questo punto Shinji immagina il suo rapporto/scontro con Asuka e ovviamente la scena indugia esplicitamente su seno, fondoschiena e altri riferimenti sessuali:

ASUKA: Non capisci proprio un accidente di me… Stammi lontano, mi sono spiegata?!
SHINJI: Sì che ti capisco…
ASUKA: Basta con queste assurdità! Idiota! Sei convinto di conoscere tutto di me? Sul serio?! E chi te l’ha detto che puoi aiutarmi? Questo dimostra che sei un maledetto arrogante! Non riuscirai mai a capirmi!
SHINJI: La ragione per cui non ti capisco… è che tu non mi dici mai niente! Non dici niente e non perdoni mai, per forza non riesco a capirti!
ASUKA: Stupido! Lo so come mi vedi: sono un bel bocconcino, eh? Dai, non vergognarti, fai pure quello che fai di solito, io starò qui buona, buona a guardarti. Però, se non puoi essere mio e solo mio, preferisco fare a meno di te!

E poi più in generale il suo rapporto con le donne; si noti anche qui che Asuka spinge il suo seno in faccia a Shinji:

SHINJI: Allora cerca di essere più gentile con me!
ASUKA/MISATO/REI: Ma io sono gentile con te!
SHINJI: Bugiarde! Quel vostro sorrisino malizioso serve solo a mantenere ambigua questa situazione!
REI: La verità ferisce tutti, Ikari. Perché la verità sa essere molto dolorosa.
SHINJI: Però l’incertezza mi rende insicuro… E se un giorno gli altri tornassero a non avere bisogno di me?! L’ansia mi consuma! Restate con me! Prendetevi cura di me!

Shinji, Misato, Asuka e Rei – scena del treno

Ciò che viene messo in luce da questi pensieri è che Shinji, anche per le parole che si è sentito più volte ripetere da Asuka, vede se stesso come incapace di comprendere gli altri. Dice di aver provato a capire la coinquilina, ma lei risponde che non può capirla e continua a respingerlo.
Il comportamento di Asuka, ovvero il suo dire di non poter essere compresa, da una parte non è altro che un riflesso della necessità che si è autoimposta di non dipendere da nessuno, e venir compresi significa far entrare qualcuno in contatto con il proprio Sé, e quindi diventare fragili; per questo lei respinge tutti. In secondo luogo è chiaramente una maschera, nel profondo del suo cuore vorrebbe essere compresa, come già abbiamo notato nell’articolo precedente:

ASUKA: Però non vorrei, è doloroso! Non voglio essere sola! Non voglio essere sola! Non voglio essere sola!

Shinji dal canto suo non cerca davvero di capire gli altri, come scriverò nelle prossime righe.
Nel secondo trip mentale viene esplicitata l’ambiguità che Shinji percepisce nelle risposte che riceve: se le donne gli sorridono allora dovrebbe andare tutto bene, invece non è così, perché dietro un sorriso ci potrebbero essere celati altri interessi, emozioni, etc. che solo con una conoscenza più profonda si potrebbero riconoscere.
Tuttavia Shinji ha solo legami superficiali con le persone, infatti non cerca di conoscere gli altri perché per farlo è necessario avvicinarsi psicologicamente troppo, e ciò può essere fatto solo se lui da “passivo” diventasse “attivo”, in grado di gestire i conflitti che potrebbero scaturire dall’uscire dalla propria zona di comfort per entrare in territori nuovi e diversi dal Sé. Ma l’ignoto fa paura.
Per questo Shinji è consumato dall’ansia, lui si adagia nella condizione di dipendenza dalla benevolenza altrui perché ciò lo rende sicuro, non deve fare nulla se non obbedire agli ordini.
Ciò si ricollega a quanto detto sulla ricerca di prevedibilità degli otaku e al fatto che le loro relazioni interpersonali sono superficiali (articolo sul Perfezionamento), quindi la stagnazione a livello di comunicazione negli anime (articolo sulle suggestioni sci-fi), e infine la confidenza che Shinji fa a Kaworu sul suo senso di indifferenza per le persone (focus dedicato a Kaworu).

Infine, dopo aver immaginato svariate volte il seno di Asuka, questi immagina (anche in questo caso dubito che sia un ricordo) una scena nella cucina dell’appartamento di Misato, in cui avviene il seguente scambio di battute:

SHINJI: Mi piacerebbe trovare il modo di aiutarti.
ASUKA: Se vuoi aiutarmi, non fare niente, non avvicinarti mai più.
SHINJI: Asuka, aiutami… ascoltami! Solo tu puoi aiutarmi!
ASUKA: In realtà ti andrebbe bene chiunque, no? Perché hai paura di Misato, della First, di papino e mammina… Hai bisogno di un rifugio, ed è quello che sono per te! Tu non hai mai amato nessuno, Shinji! Nella vita hai solo te stesso… eppure non hai ancora imparato a volerti nemmeno un po’ di bene! Patetico…
SHINJI: Aiutatemi, vi prego! Non abbandonatemi, non uccidetemi!
ASUKA: No.

L’emblematica scena in cui Shinji strangola Asuka per il rifiuto ad essere un rifugio di dipendenza

Shinji chiede esplicitamente dipendenza e Asuka gli rinfaccia a parole proprio questo bisogno di attaccamento: Shinji non vuole davvero comprendere gli altri e soprattutto non vuole bene nemmeno a sé stesso. Asuka nega a Shinji dolcezza e indulgenza e ora che gli è stata sbattuta in faccia la realtà, il ragazzo decide che è il momento per distruggere tutto e tutti e prendersi con la forza la benevolenza, ovvero l’affetto passivo che desidera.

Third Impact: che muoiano tutti

SHINJI: Qui nessuno mi capisce.
REI: Sei tu che non hai capito nulla.
SHINJI: Ho rifiutato ciò che non comprendevo, volevo un mondo senza incertezze.
REI: Perché ti sei convinto che le altre persone fossero uguali a te.
SHINJI: Mi avete tradito! Avete tradito i miei sentimenti!
REI: Hai frainteso fin dall’inizio. Hai solo creduto a ciò che volevi credere.
SHINJI: Che ci sia o meno è lo stesso. Quindi, che muoiano tutti.
REI: Se è così, a cosa servono le tue mani?
SHINJI: Che ci sia o meno, è lo stesso, non cambia niente. Quindi, che muoiano tutti.
REI: Se è così, a cosa serve il tuo animo?
SHINJI: Piuttosto, è meglio che non esista nessuno. Per questo morte, morte anche a me stesso.
REI: Se è così, per quale ragione ti trovi qui?
SHINJI: Posso restare qui?

Alla luce di quanto finora detto il dialogo risulta piuttosto limpido.
Shinji rispecchia l’ipersensibilità e la ricerca spasmodica di sfaccettature simili a quelle di sé stessi: difficoltà di accettazione delle diversità e quindi dell’Altro, difficoltà a comportarsi in modo attivo nell’atto di entrare in contatto con l’ambiente intorno a sé, usando le proprie mani e il proprio animo.

Nel manga invece Sadamoto ci mostra spesso i ricordi di Shinji ed è tramite il recupero regressivo di questi che il ragazzo risolve man mano se stesso.
L’unica persona che lo aveva amato in modo incondizionato era stata la madre, con cui c’era quell’atmosfera di calore, comprensione e fiducia, che ora Shinji non riesce a trovare altrove.
Dopo la scomparsa di Yui e l’abbandono del padre (mani che si allontanano), Shinji viene affidato agli zii (la sorella di Yui), ma la convivenza non è delle migliori, ha un tetto e del cibo, ma manca il calore. Shinji si sente solo con i parenti (come messo in evidenza dalla scena dell’influenza nel volume 14: “Qualcuno mi ascolti, qualcuno mi stia vicino!”) e si sente solo in gruppo (come messo in evidenza dalla scena dell’invito ai videogiochi nel volume 13, dove viene invitato solo per gentilezza, e dalla scena della pesca dei gamberi nel volume 14).
Alla domanda sul motivo per cui salvare il mondo, che ho menzionato nella prima parte dell’analisi del Finale, si aggiunge un altro dubbio che Shinji ha con se stesso e che Sadamoto ci aveva già presentato nel prologo del primo volume e che ci ripropone nel volume 13: il tema scolastico di Shinji sui sogni per il futuro:

Ma io da adulto cosa potrò mai diventare? Non ho mai avuto né sogni né aspirazioni.

SHINJI: Amare ed essere amato. Donare e perdere. Non voglio pensare mai più a queste cose. Voglio che tutto finisca. Che non ci sia nessun altro a questo mondo.
REI: È questo ciò che desideri?
SHINJI: Sì. Questo è ciò che desidero.

A questo punto l’Anti-A.T. Field che Lilith aveva iniziato a emanare continua a espandersi e ad aumentare di intensità, oltrepassando la soglia critica; alla fine si estende a livello planetario e la grande madre si materializza come un’entità gigantesca, con l’Uovo tra le mani e la Serie degli Eva intorno a lei.

Rei/Lilith estende l’Anti A.T. Field e si manifesta gigantesca sul globo terrestre

Lilith apre nelle sue mani le porte del Guf – lei può farlo da sola, mentre forse per lo 01 erano necessarie le Stigmate -, la cui forma ricorda quella dei genitali femminili, i robot della Serie degli Eva si trafiggono con le lance copia, facendo una sorta di seppuku, e infine l’Anti-A.T. Field provoca il collasso di tutte le barriere che permettono ai Lilim una forma disgiunta: tutto si scioglie in LCL liberando le anime delle persone e sulla Terra compaiono tante croci luminose.
Psicologicamente l’apertura totale degli A.T. Field avviene perché Rei appare in forma evanescente ai Lilim, mostrandosi loro come il desiderio/speranza più recondita dell’individuo in questione: Hyuga vede Misato, Fuyutsuki vede Yui, Misato vede Kaji, Maya vede Ritsuko, e così via. (Si noti il ginocchio di Ritsuko – Si noti che sul monitor del computer appare la scritta “I need you” scritto da Ritsuko e che potrebbe essere l’indizio riguardante le parole mute che le aveva rivolto Gendo, come ipotizzato su evageeks).

Le Rei evanescenti, ovvero le speranze dei Lilim

Nell’anime non si sa che fine faccia Asuka, sarà morta per le ferite riportate? D’altronde la Serie degli Eva ha distrutto totalmente lo 02. Oppure invece si sarà salvata per il rotto della cuffia? Oppure, anche se non mostrato, si è dissolta anche lei in LCL?
Nel manga Asuka, poiché sopravvissuta alla Serie degli Eva, si dissolve in LCL dopo che vede Kaji. Come abbiamo visto anche in altre occasioni Sadamoto ha spesso intessuto meglio la trama correggendo alcune lacune o questioni lasciate in sospeso nell’anime, pertanto potremmo ipotizzare che anche in questo caso sia così, e che quindi anche nel film Asuka si sia effettivamente dissolta.
Tuttavia che Asuka sia morta e la sua anima sia stata raccolta da Lilith (come avvenuto per Misato e Ritsuko), o che si sia disciolta per via della potenza dell’Anti-A.T. Field (a cui probabilmente nessun essere umano può resistere, essendo Lilith una divinità), non ci interessa, non è questo il punto importante, ciò che è fondamentale è il ruolo di Asuka durante gli eventi che si verificano nel Perfezionamento, come vedremo più avanti.

Prima di andare avanti vorrei aprire una brevissima parentesi riguardante le Rei evanescenti. Alcune teorie nate su Evageeks ipotizzano che siano Rei quantiche e che l’indizio stia nella stanza di Rei presente nel Terminal Dogma. Personalmente non ho nulla contro queste teorie, ma qui vorrei dire la mia. Secondo il filosofo Hiroki Azuma la stanza di Rei mostrata nell’episodio 23 contiene riferimenti a particelle subatomiche, formule chimiche, becher e così via, perché è un riferimento ad alcune stanze scientifiche della setta Aum Shinrikyō. Trovo particolarmente azzeccata questa interpretazione in quanto si ricollega alla tematica della chiusura di Aum, nonché alla chiusura degli otaku, ed effettivamente Rei è chiusa in se stessa.
Pertanto per evitare di sovrainterpretare cercando un meccanicismo e delle pseudo-spiegazioni che in realtà potrebbero non sussistere, in quanto magari Anno si è solo divertito, considererò l’insieme delle Rei evanescenti come semplice manifestazione dell’Anti-A.T. Field e dell’anima espansa di Lilith in forma divina, una sorta di grimaldello che forza le barriere del cuore dei Lilim che questi siano favorevoli o meno – come nel caso di Shigeru.

Infine nel Terminal Dogma Gendo rivede finalmente Yui, ma la sua sorte è decisamente differente tra film e manga.

GENDO: Per lungo tempo… ho atteso questo momento in totale solitudine.
Finalmente posso rivederti… Yui. Quando io gli sono accanto Shinji non fa altro che ferirsi nell’animo. Per questo motivo, è meglio che gli stia lontano, Yui.
YUI: Vicino a lui provavi paura, vero?
GENDO: L’idea che qualcuno possa amarmi mi riesce inconcepibile. Non godo di tale diritto, non lo merito.
KAWORU: Lei sta solamente fuggendo. Preferisce rifiutare il mondo piuttosto che sopportare il peso di una ferita.
YUI: Tu eri solo spaventato… Temevi quegli impulsi invisibili che legano gli uomini. (Eri impaurito da quella cosa invisibile e impalpabile che divide le persone)
REI: Avevi paura… così hai deciso di chiudere a tutti il tuo cuore.
GENDO: Questo, dunque, non è altro che il prezzo da pagare. Perdonami, Shinji.

In questa scena del film, oltre a essere esplicitate le difficoltà interpersonali di Gendo di cui ho già parlato, Hideaki Anno punisce il padre di Shinji senza possibilità di espiazione, dato che lo 01 se lo mangia! Alcuni interpretano la scena come Yui che prende l’anima di Gendo per portarla con sé nello 01, mentre personalmente penso che sia da vedere come una sorta di punizione per quel padre non curante del proprio figlio. In tal senso, mentre gli altri personaggi vengono “presi” da Lilith attraverso visioni molto soft, Gendo si lascia morire attraverso una visione cruenta, in cui va letteralmente in pasto alla morte e alla furia del figlio, in modo tale da pagare il prezzo delle proprie colpe. Inoltre, in riferimento a quanto detto nell’articolo dedicato al Perfezionamento, si può dire che dal punto di vista simbolico la scena si lega al Complesso di Edipo riguardo all’uccisione del padre per poter possedere la madre: uccidendo Gendo, Shinji può tornare alla grande madre Lilith.

Viceversa Sadamoto ci mostra un bellissimo capitolo dove Yui si confronta con Gendo e gli dà candidamente dello “sciocco”. Morire non è la fine di tutto, perché sulla Terra le persone si susseguono di generazione in generazione e portano avanti il mondo. Gendo non voleva morire, voleva l’eternità con Yui, ma questa è solo paura del distacco, paura di non ricevere più la benevolenza materna ed è al contempo paura di vivere, per via delle contraddizioni, dei conflitti e delle sofferenze presenti nella vita. La vita scorre effimera e poi se ne va, cercare di trattenerla come sabbia al vento, cercare di annullare la morte significa opporsi al naturale corso degli eventi, ed è tipicamente giapponese il preoccuparsi più della vita terrena che non dell’aldilà.

L’incontro tanto atteso: Yui e Gendo (manga)

Yui incarna esattamente questo pensiero di “vivere qui e ora” e spiega a Gendo che ha scelto di rimanere sull’Eva di sua spontanea volontà per fornire una speranza al genere umano: Shinji, frutto del loro amore, sarà colui che proteggerà il futuro dell’umanità.

YUI: Ricorda i sentimenti d’affetto che hai provato per lui… l’immensa forza della vita… e poi prega affinché egli “viva”.

Il mare di anime viene convogliato nell’Uovo (purificato tramite la Cerimonia della Terra Rossa) e quindi viene assorbito da Lilith tramite le Porte del Guf.

Le anime ritornano all’origine dell’esistenza

Ma la Sala del Guf è la Luna Nera, è Lilith, o è un piano d’esistenza metafisico?
Formulo la prima ipotesi in base alla frase di Fuyutsuki sul fatto che l’umanità non vuole tornare nella Luna Nera. La seconda ipotesi si fonda sul fatto che Lilith assorbe le anime e infine la terza ipotesi deriva dal riferimento al mito Ebraico.
Poiché la Seele considera lo 01 in grado di realizzare il loro progetto, direi che la Sala del Guf non dovrebbe essere interna a Lilith, ma dovrebbe essere legata all’Uovo, come sembrerebbe anche dal fatto che nel finale le anime escono proprio da lì e dal fatto che quando Shinji dialoga con Rei e Kaworu il pavimento sembra quello della Luna Nera.
Osserviamo l’immagine seguente:

I tre flussi di anime

Come si nota sono presenti tre flussi, due diretti ai palmi di Lilith e uno diretto alla Luna Nera. Forse i primi due flussi sono relativi alle Rei evanescenti che vengono riassorbite da Lilith, dopo che questa al momento dell’apertura delle Porte del Guf le aveva liberate per andare ad aprire gli A.T. Field dei Lilim. Viceversa il terzo flusso potrebbe essere quello relativo alle anime umane, che vengono inserite nell’Uovo.

Un’altra interpretazione che propongo è che in realtà tutti e tre i flussi riguardano le anime umane, che prima vengono convogliate nei pressi nella Luna Nera, poi entrano nelle Porte del Guf sui palmi di Lilith e quindi accedono ad un vero e proprio piano metafisico che sarebbe la Sala del Guf.
In effetti nella nuova versione cinematografica notiamo che è presente una distinzione netta tra l’entità che apre il Guf (in Evangelion: 2.0 l’Eva-01, in Evangelion: 3.0 l’Eva-13), la Porta del Guf (il vortice che si apre nel cielo, una sorta di portale per un’altra dimensione), e quello che dovrebbe essere l’Uovo (quella specie di sfera che si intravede all’interno del vortice oppure il guscio gigante simile a un torsolo di mela che compare in Evangelion: 3.0): per qualche considerazione al riguardo leggere l’articolo dedicato al Rebuild.

Apertura della Porta del Guf da parte dell’Eva-13 nel film Evangelion: 3.0

Sia quel che sia, in entrambi i casi Lilith o in alternativa l’Eva-01 rappresentano l’intermediario (medium o portale divino, cfr. yorishiro in Evangelion: Finale (1/2)) che grazie alle Porte del Guf può collegare tra loro il mondo terreno e il mondo spirituale, che sia legato all’Uovo o che sia inteso come un vero e proprio piano di esistenza alternativo.

Fatte queste osservazioni trovo sia ragionevole non insistere ulteriormente su questo argomento, perciò andiamo avanti e notiamo che Lilith assorbe, attraverso il terzo occhio che si apre sulla sua fronte, l’Albero della Vita contenente lo 01 e Shinji. Poiché, come già detto, l’Albero della Vita lega il mondo terreno a quello spirituale, possiamo dire che l’assorbimento di questo elemento da parte di Lilith evidenzi il fatto che l’Entità Progenitrice si sta apprestando a ricondurre tutte le anime alla dimensione primigenia, cioè il Mare di LCL. Per quanto riguarda Shinji, il fatto che egli sia l’unico che “entra” dalla testa di Lilith, in termini simbolici sembra essere in linea con il suo ruolo di “decisore del destino”, dato che Rei ha posto tutto nelle mani del ragazzo.
Shinji si ritrova in un luogo indefinito in cui vede una moltitudine di Rei evanescenti che “nuotano” e le anime degli esseri umani sullo sfondo, dunque probabilmente si tratta della Sala del Guf. Come osservato precedentemente non è chiaro dove accadano gli eventi, se in Lilith, nella Luna Nera, o in una dimensione metafisica; fatto sta che il progetto della Seele è ormai prossimo alla riuscita.

Il mare di anime e tante Rei che nuotano

Perfezionamento: che tutto diventi una cosa sola

Il Third Impact causato dall’Anti-A.T. Field ha fatto collassare gli strati di A.T. Field con cui un’anima sorregge l’LCL in forma di corpo separato fisicamente dagli altri. Questo evento ha portato le persone ad un’indistinguibilità fisica.
Il Perfezionamento ha invece lo scopo di far collassare gli strati di A.T. Field che rendono le anime separate psicologicamente dalle altre, in modo tale da unificarle in una cosa sola risolvendo così il dilemma del porcospino. Come dice Ritsuko a Misato nell’episodio 25 TV:

RITSUKO: Nei nostri animi esistono delle zone vuote, parti smarrite. Gli uomini temono le tenebre dell’animo e cercano pertanto di rifuggirle, di cancellarle, riuscendo in tal modo a vivere. Tuttavia, fin quando uomini, non potremo mai affrancarcene.
MISATO: Tale sarebbe il progetto di perfezionamento? E per questo vorreste unificare gli animi delle persone complementandoli a vicenda?!

Il confronto tra Ritsuko e Misato – le lacune dell’animo

Durante gli episodi 25 e 26 TV e nell’episodio 26’ (Magokoro wo, kimi ni) ciò che accade è proprio quanto descritto: i confini psicologici degli individui diventano sempre più labili e le varie anime delle persone entrano in contatto, mettendo così a nudo i pensieri di tutti.
In The End of Evangelion ciò è rappresentato tramite tante voci che parlano quasi sovrapponendosi, fino alle scene in live action. Nella serie TV Shinji entra in contatto con i pensieri di Misato (case-1), Asuka (case-2), il tutto tratteggiato come una vera e propria seduta di psicoterapia di gruppo, in cui gli individui percepiscono i pensieri e i turbamenti dell’animo degli altri, come se tutti fossero all’interno di tutti.

Illustrazione di Sadamoto – Shinji e i pensieri dell’umanità

Nell’episodio 25 Asuka dice a Shinji “La tua è solo dipendenza, nient’altro che un rapporto simbiotico”, riferendosi al rapporto tra il ragazzo e l’Eva, e in effetti la simbiosi, dal punto di vista psicologico, è la percezione che ha l’infante nei primi mesi di vita di sentire l’ambiente (e quindi anche la madre) come un’estensione di sé. Non c’è separazione, per il bambino lui e il mondo sono una cosa sola. Solo in seguito l’infante capisce che la madre è un’entità separata da sé, ed è qui che scaturisce in lui il desiderio di dipendenza e benevolenza.
Ricordo che nella serie è presente un brano musicale dal titolo Mother is the first other, a sottolineare questo concetto:

Come è noto in Evangelion gli Eva sono una metafora per il rapporto tra il bambino e la madre, ad esempio il cavo di alimentazione è chiamato umbilical cable in riferimento al cordone ombelicale, mentre l’entry plug è una rappresentazione dell’utero con tanto di LCL = liquido amniotico.
Shinji è in stretto legame di dipendenza con l’Eva-01, ovvero con la madre, ed anche Asuka, sebbene mascheri la propria fragilità emotiva dietro una maschera di indipendenza, noterà la propria pietosa condizione di stretto legame con l’Eva-02 nell’episodio 23.
Tuttavia a ben vedere la dipendenza con l’Eva è unidirezionale, non raggiunge ancora il livello di simbiosi come sensazione di unicum. Ed è qui che entra in gioco il Perfezionamento dell’Uomo, esso infatti è un modo per eliminare le individualità e il desiderio di dipendenza, per far sì che quest’ultimo sia realizzato in modo automatico.
In altre parole il Perfezionamento estende la metafora dell’utero materno, della simbiosi, quasi ai limiti dell’autismo, per portare l’umanità alla diffusa atmosfera di benevolenza e di unicum, percepita prima della presa di coscienza dell’esistenza dell’Altro.

Nella serie le difficoltà che nascono dall’essere individui in una società di persone diverse vengono spiegate tramite il dilemma del porcospino, su ispirazione del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer nel suo Parerga e paralipomena:

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.
A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.

In Evangelion il concetto prende vita tramite l’A.T. Field che separa l’individualità psicologica e fisica degli individui. Nello sviluppo da bambino ad adolescente e poi nell’età adulta, i bisogni, i desideri, e le opinioni dell’individuo si scontrano con quelli degli altri, che in primo luogo non sono automi atti a soddisfare in modo automatico le sue necessità e in secondo luogo i bisogni degli altri possono essere contrastanti con quelli del singolo in esame.
Questa separazione provoca ansia, paura di perdere l’altro, diversità d’opinione, contrasti, litigi, bisogni diversi, incomprensioni di comunicazione, donare e ricevere, amare ed essere amato, stringere legami e perderli e così via, insomma nascono tutta una serie di binomi che possono a volte portare gioia, e altre volte portare insicurezza, paura e sofferenza.
Per eliminare tutti questi problemi si cerca quindi di diventare una cosa sola.

Un’ulteriore problematica che il Perfezionamento può eliminare è la sofferenza per la transitorietà di ogni cosa.
Nel mondo reale vige l’impermanenza, tutto è avvolto dal flusso del cambiamento, sia il mondo che l’identità di un individuo sono soggetti a continue evoluzioni da uno stato all’altro.
Questa totale transitorietà permea ogni cosa, ogni fenomeno, ogni individuo, ed è una cosa concettualizzata già dall’antichità: tra le varie riflessioni in questa direzione, possiamo ricordare Eraclito che contrapponeva la filosofia del Divenire a quella dell’Essere immutabile di Parmenide, oppure l’Anitya, uno dei Tre Segni dell’esistenza nel Buddhismo che indica l’impermanenza di ogni cosa, oppure per l’inconsistenza di un’identità fissa che lascia il posto alla frammentarietà possiamo ricordare il dramma Uno, Nessuno e Centomila di Luigi Pirandello.
La non accettazione del cambiamento, che è una caratteristica propria della realtà in cui viviamo, può essere causata dai più svariati fattori e portare al capriccio che gli stati di cose rimangano fissati per lungo tempo, al limite per sempre, ma ciò è solo un’illusione che provoca malessere.
Il cambiamento apre le porte dell’ignoto, degli imprevisti e può provocare paura, quindi in Evangelion si cerca di annullarlo, creando uno stato di cose sempre uguale a se stesso.
Particolarmente interessante riguardo tale tematica è questo commento di Hideaki Anno:

Vivere significa cambiare. Ho iniziato la produzione con l‘augurio che, una volta completata, il mondo e gli eroi sarebbero cambiati. Questo era il mio vero desiderio. Ho provato a mettere tutto me stesso in Neon Genesis Evangelion; io, un uomo distrutto, che non ha potuto fare nulla per quattro anni. (Anno si riferisce alla depressione post-Nadia, NdT)

A questo riguardo ricordo che Kaji ha detto esplicitamente “Vivere significa cambiare” nell’episodio 15.

(NdNevicata: come già specificato in precedenza, per rintracciare nel testo in inglese il passo in questione vi forniamo il seguente riferimento: To live is to change.)

Un’ultima osservazione riguarda le varie scene sessuali presenti nel film, ma anche le varie allusioni implicite o esplicite nella serie TV. Hideaki Anno ha affermato che, poiché la violenza e il sesso sono parte della vita umana, i bambini necessitano di sapere di più su questi argomenti, anzichè essere troppo protetti dalla società. È un po’ come un vaccino contro le malattie, si somministra un po’ di veleno per generare nell’individuo la capacità mentale di resistere.
Durante l’immersione di Shinji nel caos di voci, oltre a sentire parole di rifiuto, sentiamo gemiti di piacere e notiamo alcune immagini con chiari riferimenti sessuali per la mente del ragazzo, ovvero per i desideri dello spettatore otaku: la fusione per il Perfezionamento è rappresentata tramite l’unione sessuale tra Shinji e le donne, come Misato e Rei (come si vedrà in particolare nella scena del Mare di LCL), ma soprattutto la ricerca di fusione con Asuka, che come ho detto all’inizio di questo articolo si fa carico del ruolo di “essere umano altro”.
Eccone alcune:

The End of Evangelion – Il fondoschiena di Asuka; il seno di Asuka; profilattici; donna che si copre le parti intime

In alto a sinistra il fondoschiena di Asuka, a destra il seno nudo di Asuka, quindi una bustina di profilattici in basso a sinistra e infine i fianchi di una figura femminile che copre la zona genitale con le mani.

VOCI: Vuoi diventare un tutt’uno con me, Shinji? Vuoi fondere corpo e animo con me, Shinji?
ASUKA: Con te, mai… Neanche a costo di morire, mettitelo bene in testa!

Durante le scene confuse che si susseguono Hideaki Anno mostra il desiderio di Shinji e degli otaku: negare/interiorizzare/possedere Asuka. Ma la risposta della ragazza, che sia solo nella mente di Shinji, che sia effettivamente all’interno del Perfezionamento o che sia viva all’interno dello 02 e abbia rifiutato di sciogliersi in LCL, è chiara: mai.
Il ruolo del personaggio di Asuka in questo frangente è chiaramente un richiamo verso la realtà, una sorta di schiaffo per l’otaku: se non ti svegli dal tuo sogno continuerò a rifiutarti in eterno.

In definitiva nell’episodio 25 TV, nel film e nel manga Shinji desidera il mondo vuoto e chiuso, senza la presenza delle altre persone e senza la presenza di alcuna emozione, che sia gioia o sofferenza.

SHINJI: Questa è la dimensione reale? Il risultato finale di tutto… sarebbe questo?
REI: Proprio così. La distruzione. Un mondo in cui nessuno è salvato.
RITSUKO: Nessuno ti può salvare.
ASUKA: La distruzione, la morte, il ritorno al nulla. Sei stato tu stesso a volerlo.
SHINJI: Volete dire che anche questa oscurità, questo mondo incompleto, è qualcosa che io stesso ho voluto?
KAJI: Tu hai voluto un mondo serrato, piacevole per te solo.
MAKOTO: Per proteggere il tuo animo debole.
SHIGERU: Per proteggere il tuo piacere.
MISATO: In uno spazio chiuso, nel mondo di te solo, non può vivere alcuna altra persona.
RITSUKO: Nel rifuggire ciò che odi, hai desiderato un mondo di isolamento, nel tuo stesso animo!
REI: Tale è il mondo che hai raggiunto nella pace del tuo piccolo animo.
MISATO: La fine di questo mondo. Una fine che tu stesso hai condotto.

Shinji e il mondo chiuso nel finale dell’episodio 25 TV

Una luce nel baratro

In questa parte farò alcune considerazioni sullo splendido finale dell’episodio 26 della serie TV, in quanto ciò che viene rappresentato è una versione più approfondita del percorso di risoluzione di Shinji rispetto a quanto accade nel film.

Sperduto nell’abisso

Come già detto varie volte Shinji è un ragazzo che odia se stesso, è dipendente dagli altri e rifiuta la sofferenza. Al suo arrivo a Neo Tokyo-3 ha accettato di pilotare l’Eva ripetendosi “Non devo fuggire! / Nigecha dame da!”, vero leitmotiv della serie TV, introdotto da Hideaki Anno come riferimento al fatto che dopo la depressione post-Nadia ha capito che non si deve scappare e ha deciso di impegnarsi a fondo in Evangelion per imprimere tutti i suoi sentimenti su pellicola.

Si noti che il personaggio di Shinji delineato da Sadamoto è invece un po’ diverso, come lo stesso autore dice durante i Sadamoto Days:

DOMANDA: Da cosa dipende la differenza nella caratterizzazione di alcuni personaggi del manga, specie di quelli che nell’anime non hanno molto spazio, come Kaji o Kaworu?
SADAMOTO: Nell’anime lavoro insieme ad Anno, e quindi niente è una scelta del tutto mia, nel manga invece ho più libertà di approfondire quello che voglio. La più grande differenza per esempio è che nel manga Shinji viene presentato come un ragazzaccio, cosa che non è così esplicita nell’anime. Nel manga Shinji non ha voglia di fare nulla, non è uno che vuole mettercela tutta, mentre nell’anime è un po’ più positivo, dice “Non devo fuggire!”. Nel manga non si pone lo stesso problema, si dice “Io scappo!”. (ride) Nel caratterizzare il personaggio volevo che fosse il più vicino possibile alle problematiche e agli atteggiamenti tipici di quell’età. Gli adolescenti hanno un po’ questo modo di fare, e io volevo esplorare questo aspetto.

In ogni caso Shinji accetta di pilotare l’Eva perché, come detto nei primi episodi della serie e anche nel manga, ha fatto come propria regola di vita il seguire gli ordini che gli vengono dati. Alla fine Shinji fa tutto quello che gli viene detto di fare per due principali motivi: da una parte in modo tale da non dover essere lui a pensare e scegliere cosa fare, in secondo luogo per venire accettato dagli altri.
Ciò che accomuna queste due motivazioni è la necessità di dipendere da altri, nelle scelte e nell’apprezzamento. Ciò viene ripetuto anche nell’episodio 26 (La bestia che gridò AMore nel cuore del mondo / Take care of yourself):

SHINJI: Io non voglio più fuggire. Sì, non si deve fuggire.
MISATO: Questo perché senti che fuggire sia ancora più doloroso?
ASUKA: Perché hai conosciuto la sofferenza che si incontra fuggendo.
SHINJI: È perché se fuggissi nessuno mi terrebbe più in considerazione. Non mi abbandonate. Ve ne prego, non mi abbandonate. (dipendenza in termini di accettazione)
RITSUKO: Obbedire passivamente a tutto ciò che gli viene detto di fare. Che tale sia la regola di vita di quel ragazzo? (dipendenza in termini di scelte)
SHINJI: Esattamente. In altro modo verrei abbandonato di nuovo.

È vero che Shinji decide di non fuggire, ma la motivazione sottostante a questa scelta e l’approdo a cui arriva sono deboli. Shinji non fugge perché altrimenti rimarrebbe solo e non saprebbe cosa fare, dunque soffrirebbe. Non fuggendo e aggrappandosi agli altri in modo dipendente riguardo le scelte e l’accettazione non fa che realizzare un autoinganno, in quanto non fa altro che rifugiarsi in una condizione dove non ci si può reggere davvero sulle proprie gambe. Ciò viene esplicitato dallo stesso ragazzo quando nell’episodio 26 afferma che i suoi sentimenti nei confronti del risultato raggiunto sono ambivalenti:

SHINJI: Però mi lodano. Se piloto l’Eva mi lodano. Sono stato lodato.
PER QUESTO SONO FELICE
SHINJI: Sono stato lodato.
PERÒ NON SONO FELICE
REI: Quale dei due è il tuo vero stato emotivo?
SHINJI: Non lo so. No, anzi. Sono entrambi i miei stati emotivi.

L’ambivalenza in origine era un termine utilizzato dallo psicanalista svizzero Paul Eugen Bleuler (1857-1939), per indicare sentimenti contrastanti di amore e odio provati da una persona verso una stessa cosa. In seguito il termine è stato utilizzato anche da altri psicoanalisti con modifiche e integrazioni varie, ma il significato è all’incirca quello qui citato.
A questo proposito ricordiamo che il secondo titolo dell’episodio 18 è per l’appunto Ambivalence.

Dunque fin dal primo episodio l’Eva diventa il tramite con cui Shinji realizza questa illusoria non-fuga, che gli permette di galleggiare in una condizione di moratoria psicosociale, ovvero una sospensione, uno stallo, un torpore per quanto riguarda lo sviluppo della sua identità psicologica e sociale.

SHINJI: L’attuale me stesso non ha altro che l’Eva.
MISATO: L’unità Eva-01 è effettivamente una parte del tuo animo.
RITSUKO: Però aggrappandoti totalmente all’Eva, l’Eva stesso diventerà il tuo essere.
MISATO: E il tuo vero essere non sarà più in nessun luogo.
SHINJI: Non importa! Sin dall’inizio io non ho mai avuto nulla. Anche il mio studiare il violoncello non è risultato in nulla.
ASUKA: Non è forse solo che tu non hai mai fatto nulla da te stesso?
SHINJI: Però adesso posso pilotare l’Eva.
ASUKA: E così, quando verrà meno l’Eva non sarai più in grado di fare nulla… come me.
PERCHÉ PILOTI L’EVA?
SHINJI: Perché è tale, quello è il mio tutto.

Dai dialoghi riportati si evince che Shinji confonde ciò che lui è con ciò che lui ha e fa.
Anche il suo studiare il violoncello non ha portato a niente, perché è anche questa una cosa che lui non ha scelto da se stesso, probabilmente se l’è “trovata tra le mani” e per abitudine l’ha portata avanti. Per trovare la propria strada è necessario impegnarsi in prima persona, altrimenti ogni cosa risulterà insoddisfacente.
L’Eva in questo discorso non solo risulta un simbolo della dipendenza con l’esterno, ma ancora peggio diventa un elemento esterno all’individuo che quest’ultimo può arrivare a interiorizzare per introiezione, un tramite per definire la propria identità, come se facesse effettivamente parte di questa. Ricordo che il titolo dell’episodio 19 è Introjection, ed effettivamente Shinji si lega (sincronizza) così tanto con l’Eva-01 da dissolversi diventando un tutt’uno con esso. Nella serie è inoltre presente un brano musicale con il medesimo titolo.
Il termine “introiezione” fu coniato dallo psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi nel 1909 in correlazione a quello di “proiezione”, per descrivere i processi mentali del paziente nevrotico rispetto a quelli del paranoico: mentre quest’ultimo, tramite la proiezione, disconosce ed espelle da sé aspetti personali angosciosi o insopportabili, il nevrotico cerca di risolvere i conflitti con il mondo esterno portandone frammenti all’interno di sé, ossia immaginando di essere egli stesso o di avere quella caratteristica, pensiero, intenzione.
Oltre a ciò l’introiezione è un processo psichico della massima importanza nelle prime fasi di sviluppo dell’Io e nella formazione del Super-Io.

Shinji e l’Evangelion 01, simbolo di dipendenza

Nel caso della mentalità otaku l’introiezione assume un’importanza totalizzante nel senso seguente: tutto va come se l’otaku effettuasse un’estensione della propria identità collegandola agli oggetti esterni, che sono anime, manga, videogiochi, riviste, modellini, VHS, DVD e così via. Per questo l’otaku colleziona, studia e cataloga le opere in modo compulsivo, non si tratta solo di creare una culla dalle sfaccettature prevedibili e rassicuranti in cui rifugiarsi, ma più specificatamente si tratta di un meccanismo tramite cui l’otaku lega se stesso a questi oggetti introiettandone alcuni elementi: in primo luogo come per acquisirne le caratteristiche (e.g. coraggio, lealtà, spirito di sacrificio, l’amicizia tra personaggi), in secondo luogo per sentirsi impegnato in qualcosa, tanto da memorizzare un’immensa quantità di dati per sostenere l’obiettivo (e in ciò il nozionismo della scuola giapponese aiuta), in terzo luogo per cercare di rivivere sensazioni note e tranquillizzanti come per cristallizzare il ricordo del passato e la quotidianità del presente all’interno di un infinito ciclo di eterno ritorno.
Anche quando entrano in contatto con gli Altri gli otaku non creano una reale connessione con il Sé altrui, bensì instaurano un contatto attraverso le cose e in concetti che collezionano, i.e. l’essere esperti di manga, anime, videogiochi e modellini. Quindi anziché conoscere e comprendere il proprio Sé e sviluppare una propria identità psicosociale nella realtà, l’otaku tende a definirsi tramite questo legame a doppio filo con gli oggetti esterni, che diventano totalizzanti per garantire la sussistenza del suo essere.
Sebbene l’introiezione e il legame psicologico con gli oggetti e con l’ambiente esterno sia condiviso da tutti gli esseri umani nel caso degli otaku questo processo ha un’importanza totalizzante, infatti l’otaku per attenuare i conflitti e la frustrazione per i desideri insoddisfatti e per sviluppare la propria personalità in modo controllato e rassicurante non trova altro modo che questo. Le persone invecchiano, le situazioni evolvono, le relazioni mutano e perfino l’identità è impermanente, non va bene, serve qualcosa che rimanga fisso e imperturbabile, qualcosa che non mi abbandoni mai: un oggetto e il suo ricordo. Per poter dare un senso di consistenza e continuità all’identità, nulla di ciò che viene introiettato deve andare perduto, né all’esterno, cioè l’oggetto in sé, né all’interno, ovvero l’immagine dell’oggetto memorizzata nella propria mente con tutto il carico di informazioni che si porta dietro, da quelle più razionali fino a quelle più emozionali.
Tutto ciò è chiaramente un autoinganno, poiché in realtà l’otaku è vuoto e solo, è una persona che affoga la propria solitudine e le proprie difficoltà creandosi una vita di illusioni: l’illusione di avere un’identità, l’illusione di essere impegnato in qualcosa, l’illusione delle relazioni, in cui l’altro è negato e resta solo il bisogno d’appartenenza a un gruppo (otakuzoku).
Il meccanismo descritto è diventato sempre più forte con il passare degli anni, cioè andando dal 1970 in poi, attraverso le varie generazioni otaku; pertanto se inizialmente questo modo di fare e il conseguente coinvolgimento erano vissuti soprattutto come una valvola di sfogo snobistica verso cui riversare il proprio spirito critico e attraverso cui sperimentare la sensazione di grandi ideali, con il passare del tempo sono diventati sempre di più un modo per definire il proprio Sè in modo introiettivo, andando a rinforzare l’aspetto del rifiuto della realtà, della fuga e delle illusioni conseguenti.
Nel 1995 Evangelion è il tutto per Shinji, in termini di mezzo attraverso cui essere accettato, è il tutto per l’otaku, in termini di personaggi in cui identificarsi e serie TV in cui immergersi, ed è il tutto per Hideaki Anno, in termini di opera creativa in cui egli ha riversato tutto se stesso.

PERCHÉ PILOTI L’EVANGELION?
SHINJI: Perché è tale, quello è il mio tutto.

PERCHÉ SEGUI EVANGELION?
OTAKU: Perché è tale, quello è il mio tutto.

PERCHÉ CREI EVANGELION?
HIDEAKI ANNO: Perché è tale, quello è il mio tutto.

Shinji e Asuka fanno esattamente questo con l’Eva, seppur per motivazioni differenti: il ragazzo, come ho già detto, cerca affetto passivo e vede nell’Eva l’unica cosa che può fare nonché l’unico modo per essere accettato dagli altri, la ragazza invece vede nell’Eva uno strumento che le permette di amplificare la propria ostentazione di fare tutto da sola, che in realtà è una maschera per cercare di essere riconosciuta dalle persone, quel riconoscimento che la madre le aveva tolto, una volta impazzita. Legando la propria identità in modo così estremo a un oggetto esterno, se questo venisse meno allora crollerebbe anche la sussistenza del proprio essere. Dunque, cosa sono io?

Vorrei far notare che durante la scena in sottofondo è presente il brano musicale Separation anxiety:

L’ansia da separazione è un disturbo psicologico in cui l’individuo prova malessere per essersi separato, anche solo momentaneamente, da una persona o da un oggetto di riferimento.
Per diversi psicoanalisti la qualità dell’attaccamento tra il bambino e coloro che si prendono cura di lui è fondamentale per poter permettere all’infante di allontanarsi a esplorare il mondo, fiducioso che al suo ritorno li ritroverà ad aspettarlo; viceversa se la qualità dell’attaccamento è debole, il bambino può arrivare a pensare a un distacco duraturo e maturare quindi l’ansia da separazione.
Per garantire un attaccamento e una dipendenza sani e dei legami emotivamente sicuri, è importante che coloro che si prendono cura del bambino siano sereni, comprensivi e capaci nelle risposte, in modo tale da aiutarlo gradualmente a maturare una propria autonomia e permettergli di sviluppare capacità utili alla sopravvivenza e alla riproduzione, come la gestione efficace dei conflitti e la socializzazione.
Poiché Shinji e Asuka hanno subito il trauma dell’abbandono dei genitori, le figure di riferimento che avrebbero dovuto dar loro una base sicura su cui crescere, la mancanza di fiducia, la perdita del riconoscimento e così via hanno portato i due ragazzi a vedere nell’Eva una figura di identificazione e dipendenza, con la conseguente ansia da separazione nel caso in cui l’Eva venga meno. La stessa cosa può dirsi per gli otaku: senza manga e anime, senza l’otakuzoku, l’otaku non è nulla. Il bisogno dell’otaku è sentirsi al sicuro, crearsi un’identità, seppur illusoria, e sentirsi parte di un gruppo, inoltre nulla deve cambiare in un modo tale da arrivare a compromettere il delicato equilibrio di tutto ciò.
Al riguardo è interessante l’opinione di Hiroki Azuma che si rifà a una considerazione della critica letteraria Azusa Nakajima:

Gli otaku “riempiono enormi sacchi di carta con montagne di libri, di riviste o di ritagli di pubblicazioni diverse, e quando traslocano li portano sempre con sé”. Ciò equivale a una “conchiglia che protegge la loro identità”: sarebbero angosciati se traslocassero senza questo simbolo di appartenenza a un gruppo.

Sia chiaro che il punto non è demonizzare in modo assoluto l’animazione, i fumetti e i videogiochi, il punto è che non si devono vivere queste cose in modo totalizzante illudendosi con esse.
In generale l’arte è una forma di comunicazione e relazione, che può essere verso l’inconscio, oppure tra sé e l’ambiente, o ancora tra sé e le altre persone, e non ha solo un ruolo terapeutico, ma anche creativo, introspettivo, informativo, conoscitivo, dialettico, pedagogico, sociale e perfino, volendo citare il filosofo G.W.F. Hegel, quello di cercare di “rivelare la verità sotto forma di configurazione artistica sensibile”; in tal senso, pur con tutta la massa di prodotti di consumo, anche il fumetto e l’animazione non sono da bollare e screditare in modo integrale, in quanto talvolta permettono di dar vita a opere molto buone, perfino veri e propri sprazzi d’arte. Il punto è che con questi media si deve porre attenzione al rischio della menzogna, cosa che può capitare se si considerano questi strumenti come assoluti e totalizzanti per osservare e raccontare la vastità e la complessità della realtà in tutte le sue sfaccettature.
Nell’intervista del 16 dicembre 2015 fatta per il programma televisivo Tracks Hideaki Anno afferma:

Per me la creatività è un atto che consiste nel colmare un vuoto che si trova dentro di sé! Se si lascia espandere questo vuoto, le nostre angosce si impossessano dei nostri corpi e non ci è più possibile continuare a vivere. Ma questi timori di catastrofi, queste visioni della fine del mondo che ho in me, a volte devo farle sfogare fuori di me ed è il cinema d’animazione che mi aiuta a farlo.

Notiamo come il regista pone in evidenza il potenziale creativo e quello catartico dell’arte, riferendosi in particolare all’animazione; inoltre poco prima Anno spiega la sua visione registica:

C’è un legame, un’energia, che unisce ogni individuo al mondo esterno, e io, in quanto regista, sono interessato a questo legame che mostra come l’interiorità di una persona sia connessa fisicamente e spiritualmente al mondo che la circonda, e l’animazione è il medium ideale per rendere visibile questo legame.
L’animazione mi permette di accostare l’idea di catastrofe che avviene nel mondo esterno ai traumi interiori vissuti da ciascun essere umano.

In questo estratto viene esplicitato il potenziale dell’animazione a livello simbolico-contenutistico.
Con Evangelion Anno cammina dunque in equilibrio su un filo: da una parte egli sfrutta il medium a livello creativo, catartico e simbolico-contenutistico, dall’altra mette in allerta sui limiti della finzione, non solo in quanto luogo immaginario in cui è possibile perdersi, ma soprattutto come dimensione che in ogni caso rimane dietro un velo e che pertanto ha una limitata capacità di scalfire la realtà del fruitore; su questo concetto tornerò anche in seguito.

Ora che Shinji si è rinchiuso in un mondo piacevole solo per se stesso (in modo simile a un hikikomori), cioè il proprio piccolo animo (episodio 25 TV), o analogamente ora che tutte le anime umane stanno diventando una cosa sola (film), viene completamente a mancare l’esterno e Shinji comprende che in questo modo non riesce ad avere immagini di se stesso.

MISATO: L’unico a poterti compatire e comprendere, sei tu stesso.
REI: Per questo, abbi cura di te stesso.
SHINJI: Anche se mi dite così, io non trovo me stesso! Non lo capisco! Come potrei averne cura?!

Shinji non trova se stesso

La ricerca che compie Shinji quando si domanda “Cosa sono io?” non deve intendersi in senso fisico, ma in senso psicologico e sociale. Certamente Shinji ha un proprio corpo, un cervello, una coscienza biologica e così via, ma guardando l’autocoscienza da un piano più simbolico, qual è l’identità psicosociale di Shinji e come si struttura?

Oltre a cenni più psicologici è interessante fare anche alcune brevi considerazioni filosofiche, in quanto ci permettono di determinare alcune questioni importanti riguardanti le riflessioni dell’uomo verso se stesso e il mondo.

Partiamo dal filosofo Søren Kierkegaard secondo cui l’individuo, posto di fronte al divenire e al mare delle possibilità, prova una terribile angoscia esistenziale.
Trovandosi dinnanzi a molteplici possibilità nel suo rapporto con il mondo circostante, l’uomo, che non è né totalmente animale (e quindi non agisce solo per pura necessità) né totalmente spirito (e quindi non agisce solo per puro libero arbitrio), può provare una vertigine che discende dalla possibilità di compiere una scelta, una scelta che però è vestita con l’abito dell’indeterminatezza, e che pertanto rende insicuro il soggetto: e se fosse la scelta sbagliata? E se proseguendo in questa strada non riuscissi comunque a realizzare nulla?
In Shinji possiamo effettivamente riscontrare questa paura di fare un passo avanti, una scelta; per questo lui rimane bloccato, abulico, rimuginando continuamente su cosa fare ma senza mai decidere di passare all’azione.
Un’altra problematica secondo Kierkegaard si esplicita nel rapporto tra l’individuo e se stesso: l’uomo può scegliere se voler essere se stesso o se rifiutarsi per cercare di essere qualcosa di diverso da ciò che è. In entrambi i casi il filosofo arguisce l’impossibilità di una totale realizzazione, nel primo caso perché l’individuo pur volendo essere se stesso non riesce a “calzare a pennello”, cioè al 100%, in nessuna delle molteplici possibilità, ma ci sarà sempre un compromesso, una limitazione, nel secondo caso perché semplicemente non è possibile riuscire ad identificarsi in qualcosa di diverso da sé.
Da questo fallimento discende la disperazione, la malattia mortale che vede la morte dell’individuo in termini di realizzazione dell’identità.

Il filosofo danese è stato citato anche nell’episodio 16 il cui titolo Malattia mortale, e poi … fa riferimento all’opera dall’omonimo titolo. Tuttavia è doveroso osservare che lo stesso Anno ha affermato di aver semplicemente fatto la citazione ma di non aver letto volumi e volumi su Kierkegaard per poi realizzare Evangelion.

INTERVISTATORE: In precedenza ha detto che ha un interesse per la psicologia, ma in Eva vengono citate anche cose come la “malattia mortale” di Kierkegaard…
ANNO: Non l’ho letto. L’ho solo citato.
INTERVISTATORE: Ho pensato che doveva esserle piaciuto.
ANNO: In pochissimo tempo ho perso il mio interesse. Non l’ho capito. Ho fatto congetture sulla base di ciò che avevo letto e così via. E mi sembra già tanto che mi sia ricordato una frase. (ride)

(NdNevicata: come già specificato in precedenza, per rintracciare nel testo in inglese il passo in questione vi forniamo il seguente riferimento: in Eva things like Kierkegaard)

Fatta questa precisazione notiamo che l’angoscia e la disperazione descritte da Kierkegaard sembrano essere chiavi di lettura utili per definire la condizione di Shinji nell’episodio 26, quando non sa cosa scegliere nel “Mare della libertà”, sia in rapporto con l’ambiente, che con se stesso.
Pertanto alla fine Shinji non fa che rinchiudersi nel proprio animo.

Shinji nel mondo senza A.T. Field in cui non riconosce più la propria forma

Inoltre a livello meta-testuale questi concetti si ricollegano anche agli otaku e agli hikikomori, poiché in entrambe le categorie sono presenti angoscia e disperazione.
Come presentato negli articoli precedenti sia l’otaku che l’hikikomori sono individui deboli dal punto di vista psicologico, e dunque percepiscono una forte sofferenza nel vivere nella realtà.
Entrambi desiderano migliorare la propria vita ma non sanno come fare, da una parte possono pensare che il mondo in cui si trovano non faccia per loro, mentre dall’altra possono sentirsi essi stessi inadeguati, e dunque si realizza un duplice smarrimento: quello esterno (angoscia) per non sapere che strada intraprendere nella vita e per le difficoltà nei legami con le persone, e quello interiore (disperazione) per la propria identità psicologica.
L’otaku instaura rapporti sociali formali e finisce per ingannarsi con la finzione e con i concetti veicolati da questa ma il cui peso contenutistico è un filtraggio semplificato dei corrispondenti concetti reali; l’hikikomori, stanco di combattere contro la spietata competizione scolastica o lavorativa, contro il bullismo, contro le contraddizioni della società e delle persone, risponde rinchiudendosi nel proprio guscio in una condizione di totale abulia tagliando volontariamente i legami con l’esterno. Nel primo caso la risposta all’angoscia e alla disperazione è legata alla fantasia, dall’impegno nell’otakuzoku all’introiezione di elementi fittizi per dare sussistenza al proprio essere, mentre nel secondo caso vi è proprio un’assenza di risposta che lascia il posto a una vacuità dell’essere.
In entrambi i casi vengono a mancare dei seri riferimenti grazie ai quali si possa veramente crescere per diventare degli adulti, sia psicologicamente che socialmente, e per questo motivo il “Mare della Libertà” di Evangelion può essere visto come una metafora sia del mondo della finzione che di quello della propria cameretta: luoghi dove tutto è possibile ma solo illusoriamente, in quanto in ultima istanza sono vuoti e distaccati dalla realtà.

A questo punto mi ricollego con considerazioni personali alla tematica del cambiamento e della frammentazione del Sé.
Partiamo dalla prima metà del Novecento e consideriamo le osservazioni fatte in Uno, nessuno e centomila da Luigi Pirandello. Il protagonista del romanzo non solo nota che gli altri hanno una loro immagine mentale di ciò che lui è, e che questa può variare di giorno in giorno non solo per via dei cambiamenti in lui ma anche per i cambiamenti nella percezione degli altri, ma nota anche che lui stesso non ha un’immagine fissa di se stesso.

La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto. Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case? Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto. […]
Quando avete agito così? Jeri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché? Oh Dio, voi impallidite. Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro. Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete quel che assumete di essere oggi. Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro. […]
Non presumo che siate come vi rappresento io. Ho affermato già che non siete neppure quell’uno che vi rappresentate a voi stesso, ma tanti a un tempo, secondo tutte le vostre possibilità d’essere, e i casi, le relazioni e le circostanze. E dunque, che torto vi fo io? Me lo fate voi il torto, credendo ch’io non abbia o non possa avere altra realtà fuori di codesta che mi date voi; la quale è vostra soltanto, credete: una vostra idea, quella che vi siete fatta di me, una possibilità d’essere come voi la sentite, come a voi pare, come la riconoscete in voi possibile; giacché di ciò che possa essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso. […]
Ma io, uno, chi? chi? – Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e centomila? […] Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.

La condizione cui giunge Vitangelo Moscarda è proprio schizofrenica, una persona che si perde nella frammentazione temporale e percettiva dell’identità e finisce per smettere di cercare un proprio Sé, per far posto ad un’identità diffusa.
Anche Shinji è buttato in questo calderone e chiedendosi “Cosa sono io?” si scopre essere nessuno e centomila. Sia chiaro che dubito che Anno abbia letto Pirandello, però il paragone mi pare piuttosto efficace per fornire delle chiavi di lettura.

Un’ulteriore citazione che possiamo fare riguarda l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre. Il filosofo afferma che quando la coscienza dell’individuo (essere per sé) entra in relazione con le cose del mondo, queste non vengono viste per ciò che sono (essere in sé), ma vengono viste secondo le percezioni della coscienza che assegna loro dei significati. Come per Pirandello anche per Sartre il rapporto tra gli individui è ostacolato dal fatto che nessuno vede veramente “la verità dell’altro”, ma lo filtra attraverso la propria coscienza e ciò crea nausea, repulsione e conflitto, rendendo impossibili una comprensione e un’unione profonda tra due persone. Per approfondire e rintracciare alcuni legami tra il pensiero di Sartre e le tematiche descritte in Evangelion consiglio di leggere l’articolo scritto da casoniamalvi.
L’Occidente con il nichilismo e l’esistenzialismo arriva a chiedersi: ma allora la vita dell’uomo che senso ha? Se Dio non si mostra, se c’è incomprensione reciproca, che ci facciamo noi qui se qualsiasi nostra azione è fine a se stessa?
Sartre alla fine cade in una condizione simile a quella di Kierkegaard, con l’uomo bloccato all’agire, poiché tutto è inutile. Se il filosofo danese si appella alla fede per risolvere l’impasse, Sartre riconosce che alla fin fine l’uomo deve impegnarsi in qualche cosa e dunque deve scegliere, ed è l’uomo stesso che deve assegnare significato alla propria vita nonostante tutte le difficoltà del caso.

A questo punto facciamo un salto a fine Novecento. Come già accennato nell’introduzione dell’articolo sul Perfezionamento, nell’epoca moderna l’identità dell’individuo era vista in termini unitari, ad esempio Marx parlava di individuo alienato in riferimento al malessere che questi provava nella sua totalità come persona nel rapporto con la società, viceversa nell’epoca postmoderna l’identità dell’individuo è destrutturata su vari piani. Si usa dire che l’individuo postmoderno è schizofrenico, non in senso clinico ma per il fatto che poiché il mondo cambia rapidamente (questione della domanda-offerta nel mercato, globalizzazione e così via), poiché le distanze spazio temporali si sono accorciate, poiché vige un relativismo imperante dovuto alla mancanza di riferimenti imperituri e poiché l’individuo usa in modo sfrenato la propria soggettività, allora questi introietta di continuo aspetti effimeri e instabili e si deve adattare a questo mondo flessibile, veloce e incerto, portando l’identità a una consistenza liquida e a una precoce e reiterata obsolescenza, come se fosse un oggetto di consumo. La medesima sorte può capitare alle relazioni interpersonali.

Fatte queste considerazioni scaturite in Occidente, utili semplicemente per delineare un quadro di problematiche e di osservazioni secondo me interessanti, mi ricollego ora agli otaku e ad Evangelion riportando il parere di Hideaki Anno sulle proprie difficoltà nei rapporti umani e su ciò che ha cercato di fare con Eva. In particolare si faccia attenzione a come le cose che afferma si ricollegano a quanto già osservato sia in questo articolo che in quello sul Perfezionamento.

Takekuma: Ha sempre provato un sentimento simile a un senso di isolamento (dagli altri)?
Anno: Un senso di isolamento? Beh, non ero davvero consapevole. Probabilmente il fatto è che non mi interessavo poi così tanto agli altri esseri umani.
Takekuma: Sembra strano parlare del disordine della depersonalizzazione, ma non c’è realtà nelle sue reali relazioni con gli altri esseri umani.
Anno: La mia reale… Beh… Probabilmente non mi interessavo di nient’altro che di me stesso.
Takekuma: Una sorta di narcisismo, dunque.
Anno: Beh, qualcosa del genere, penso. Alla fine era qualcosa simile a non avere molto interesse nelle cose che erano attorno a me, compresa la mia famiglia. La verità è che probabilmente non avevo interessi. Non ne conoscevo veramente il motivo nemmeno io.
Takekuma: Non le piacciono le altre persone?
Anno: Uhm. Beh, prima delle persone, non mi piacciono gli essere viventi. Non mi piacciono nemmeno gli animali. Il fatto che io non mangi carne o pesce è probabilmente dovuto al fatto che non mi piacciano gli esseri viventi. Penso, come posso mangiare una cosa così disgustosa? Comunque questa non è una risposta chiara alla domanda.
Oizumi: E che mi dice delle piante?
Anno: Beh, non mi piacciono nemmeno loro. Sul serio.
Takekuma: Perciò il suo interesse ruota attorno ai mecha, per esempio.
Anno: Beh, penso che sia questo il motivo per cui mi piacciono i mecha.
Takekuma: È mai stato messo in difficoltà dal fatto che non le piacciano gli esseri umani, o la sua incapacità di disegnare immagini di cose viventi?
Anno: Uhm… La cosa causa dei problemi, perché per questo motivo non posso svolgere il mio lavoro. Siccome non ho alcun interesse negli esseri umani, di certo la cosa più difficile per me è quella di creare un dramma umano.
Takekuma: Ma è ciò che ha provato a fare in Eva, non è vero?
Anno: Ci ho provato, ma non sono stato assolutamente in grado di farlo. Patetico, come sempre.
Oizumi: Lei crede di non essere stato in grado di farlo, ma gli altri attorno a lei, che si sono entusiasmati per i personaggi, ne sarebbero sorpresi.
Anno: È una questione di confronti, credo.
Oziumi: Ah, capisco. Lei intende che gli altri lavori siano addirittura peggiori. (risate)
Anno: Sì. Perché tutti dicono: “Sto scrivendo un dramma umano”. Penso, come possono dirlo?
Takekuma: Sta dicendo che non è così facile.
Anno: Un dramma umano non è qualcosa che si possa fare tanto facilmente. Stai rappresentando altre persone, persone che non comprendi affatto. Soprattutto si devono rappresentare le relazioni tra loro. Non penso sia facile. Sicuramente esistono “drammi umani” che fungono da riferimento: si hanno personaggi tipici, e si sa che se fanno così-e-cosà, ne conseguirà così-e-cosà; ma queste sono false rappresentazioni. Beh, a loro modo questi “modelli” vanno bene, come un mondo artificiale che si può osservare senza preoccupazione. Per me, questa volta, questa impostazione non mi andava bene. Né io né lo staff saremmo rimasti soddisfatti di un livello di lavoro del genere. Beh, alla fine non importa quanto ritenevo di non essere adeguato, perciò non ho avuto altra scelta se non proiettare me stesso nel dramma. Solo così sembra essere un dramma umano.
Takekuma: Ah, ecco cosa intendeva dicendo “Tutti i personaggi in Eva sono me, me in persona.”
Anno: È non-fiction [storia verosimile, NdHikari], ciò che sto facendo ora. Sarebbe completamente impossibile per me farlo come fiction [storia fantastica, NdHikari]. Non ho questo tipo di abilità. Noto arroganza in coloro che pensano di poter creare facilmente un’opera del genere. Arroganza, o altrimenti mancanza di comprensione. Beh, in realtà Eva è più vicino a essere un documentario che un dramma.

(NdNevicata: come già specificato in precedenza, per rintracciare nel testo in inglese il passo in questione vi forniamo il seguente riferimento: sense of isolation)

Questo estratto è, secondo me, piuttosto importante perché Anno confida in modo davvero molto onesto il fatto che si sentiva una persona vuota, priva di interessi se non quelli relativi all’otakuzoku, priva di interessi per le persone e quindi di reali legami con gli altri (la mentalità otaku disinteressata degli altri individui).
A questo punto Anno ci dice che in assenza di una reale comprensione delle persone, era difficile fare un dramma umano, e non ha potuto far altro che proiettare sé stesso in Evangelion, dalle passioni sci-fi, alle sue problematiche interiori. In tal senso anche i personaggi tendono ognuno a racchiudere una sfumatura del regista, non solo Shinji.
Un primo esempio è il fatto che Rei sia vegetariana (“la carne mi ripugna”), esattamente come Nadia. Nel seguito dell’articolo vedremo qualche altro esempio tra le righe.
Arrivati a questo punto ciò che è importante è che Evangelion è dunque un lavoro in cui Anno riflette su se stesso, una sorta di casa degli specchi nella quale può vedere e analizzare la propria interiorità per cercare alla fine di trovare una soluzione.
In tal senso le questioni filosofiche che ho proposto vengono ridimensionate a una condizione più umana. Anno non sta ragionando per massimi sistemi per risolvere i problemi dell’umanità, bensì per tutta la serie ci racconta la storia di un ragazzino che, come già detto, si da a passi avanti che non sono realmente tali ma sono illusori.
Il “non devo fuggire”, l’accettazione della realtà, i problemi di comunicazione e così via, non sbucano certamente fuori nel finale, tuttavia è nell’episodio 26 che tutto si focalizza su queste tematiche facendo inizialmente una sorta di riepilogo per poi cercare di trovare una soluzione.

Bagliore d’AMore

Alla fine Shinji/Anno comprende che la soluzione al problema è, diciamo così, insita nel problema stesso.

ASUKA: È nel guardare le mura tra sè e le altre persone che si conosce l’immagine della propria forma.
GENDO: Poiché a dare forma a te stesso sono il tuo stesso animo e il mondo che lo circonda.
REI: Senza l’esistenza delle altre persone tu stesso sei invisibile a te stesso.
SHINJI: Io posso esistere finché esistono le altre persone, non è così? Da solo io non sarei che ovunque e comunque solo. L’intero mondo sarebbe soltanto me.
MISATO: Prendendo coscienza delle differenze tra te e gli altri dai forma a te stesso.
REI: La prima altra persona è la madre.
ASUKA: Tua madre è un essere umano diverso da te.
SHINJI: Ma certo! Io sono io. Solo però è altrettanto vero che le altre persone creano la forma del mio animo.

Prendendo coscienza delle differenze tra te e gli altri dai forma a te stesso – Due gatti, due persone…

Shinji ha rifiutato la vita a causa del dolore che prova nell’essere immerso in un realtà in cui tutte le singolarità sono collegate tra loro e sono in perpetuo conflitto, quell’interdipendenza tra tutte le cose che egli vive male, come ben mostrato attraverso la metafora del porcospino, quindi com’è possibile che ora accetti questo stato di cose? Non è forse un circolo vizioso che porta al punto di partenza? Pirandello e Sartre ci hanno mostrato la sofferenza e la nausea per questo legame a doppio filo tra il singolo e l’ambiente, ed Evangelion mostra questo dolore, quindi com’è che Shinji alla fine accetta di tornare indietro?
La risposta, secondo me, è perlomeno triplice:
* in primo luogo senza la molteplicità non si riesce a comprendere la propria forma in divenire, sia attraverso la propria percezione che attraverso le relazioni con l’ambiente e con le altre persone; un foglio bianco come fa a comprendere la propria forma e il proprio colore se esso è tutto ciò che esiste?
* in secondo luogo senza la molteplicità è vero che si riducono le sofferenze causate dalle incomprensioni e dai conflitti, tuttavia da una parte emerge la sofferenza per la propria solitudine e dall’altra emerge la mancanza di quei punti di vista alternativi che talvolta risultano interessanti e piacevoli, tanto da regalare momenti di felicità. La sofferenza per la propria solitudine non si deve intendere come dolore nel trascorrere momenti con se stessi, bensì come senso di noia nel restare unicamente con se stessi. Non è paura di stare da soli, è tristezza nel non poter condividere, nel non poter dare gioia ad altri, nel non poter accogliere il sorriso di qualcuno;
* in terzo luogo senza la molteplicità e senza il divenire non sarebbe possibile modificare il proprio stato di cose, e quindi nemmeno passare da uno stato negativo a uno positivo. Se non ci fosse il cambiamento una sensazione di dolore rimarrebbe costante e immutabile, idem per l’angoscia, per la disperazione e per la nausea. Shinji invece comprende quello che secondo me è il punto di svolta di tutto Evangelion, cioè capisce che il modo in cui guarda la realtà cambia la verità presente nel proprio animo, quindi anche la sofferenza dipende da come lui stesso si pone nell’approcciarsi alla realtà.

Il punto è trovare un baricentro, un equilibrio interiore, evitando di cadere nell’immobilità, nell’angoscia, nella disperazione e nella reiterazione di una obsolescenza schizofrenica.
Come vedremo anche successivamente, all’angoscia che porta all’immobilità viene contrapposta, sopratutto nel manga, la speranza, una speranza che sostiene l’audacia nel fare scelte e di compiere passi lungo la strada della vita, anche se ci saranno errori e difficoltà, mentre alla possibilità di non trovare il proprio Sé “calzante a pennello” che porta alla disperazione viene contrapposta una sorta di capacità di accettazione della realtà, con le sue contraddizioni e i suoi compromessi, ovvero un equilibrio.
Un equilibrio che però dipende dal singolo in quanto tale; come dice Sartre, la responsabilità è nelle mani delle persone, in ogni loro atto. Il punto è cercare poi di non cadere nell’individualismo sfrenato.
Analogo discorso per quanto riguarda le relazioni tra gli esseri umani.

Per quanto riguarda l’ambiente esterno e le diversità che caratterizzano il mondo, dunque le sfumature e le molteplici possibilità, questi sono elementi necessari per avere un’immagine limpida del proprio Sé, in quanto è osservando le proprie reazioni e i propri pensieri alle situazioni e agli eventi che si presentano dinnanzi che il Sé conosce se stesso, ed è comunicando, confrontandosi e relazionandosi con se stessi, con le altre persone e con l’ambiente che il Sé comprende, impara ed evolve. Il mondo esterno è dunque come uno specchio che permette al Sé dell’individuo di potersi scoprire e maturare.
Chiudersi in se stessi e attaccarsi agli altri pretendendo forzatamente qualcosa, introiettando elementi del mondo circostante come fanno gli otaku, o proiettando sul mondo elementi propri che si rifiutano, può portare a un blocco d’identità e alla dipendenza, dall’altra parte si può cadere nell’estremo opposto ovvero un’ostentata indipendenza, un individualismo smodato che non permette di riconoscere e accogliere l’altro in quanto troppo impegnati nell’affermazione di se stessi. Il tema della solitudine è dunque presente in entrambi i casi e si rivela essere un vero e proprio elemento portante di Evangelion e, soprattutto, del mondo umano.
I due estremi sono dunque la dipendenza totalizzante e la singolarità estremizzata, ma la realtà tuttavia rivela una natura più complessa in cui le forme di singolarità non sono univocamente tali ma sono interconnesse e interdipendenti tra loro senza però mai fondersi e perdersi in modo totalizzante. Essere immersi nel mondo è quindi quest’interdipendenza, questa intrinseca e indissolubile relazione a doppio filo tra il mondo interiore dell’individuo e il mondo a lui esterno: il Sé è separato dal mondo, come un’entità singola, tuttavia al contempo non dipende solo da se stesso ma è in perpetua relazione con l’ambiente circostante senza però mai dissolversi in esso. In altre parole c’è un continuo relazionarsi tra l’interno e l’esterno.
Se Shinji inizialmente ha sofferto per tale stato di cose, proprio come il padre Gendo, tanto da fuggire e annegare nel Mare di LCL, poi egli si rende conto degli aspetti positivi che, al fianco di quelli negativi, contraddistinguono tale interdipendenza e accetta di reimmergersi in essa per tornare a vivere.

Per quanto riguarda l’identità, dal punto di vista psico-cognitivo l’essere umano percepisce e rappresenta il proprio Sé come quell’insieme di “caratteristiche” (e.g. reazioni, emozioni, desideri, strutture mentali etc.) che fanno capo alla propria entità e che vengono memorizzate nel cervello in forma di ricordi.
Dunque tra identità e memoria c’è un nesso piuttosto forte. L’identità della persona è tanto più solida, unitaria in questa frammentazione, quanto più l’insieme di stati rimane temporalmente coerente in se stesso, ed è così che l’individuo percepisce un senso di continuità del Sé.
Ciò non significa che la coerenza debba diventare una zavorra che renda il Sé statico e immutabile, come se fosse un macigno affossato per terra. La coscienza e l’autocoscienza dell’individuo si esprimono sempre nel presente e a ogni istante la persona può fare un passo nell’ignoto, scoprendosi in grado di fare cose mai fatte prima, scoprendo nuove sfumature di sé, imparando a comunicare meglio e così via.

Dunque Shinji metabolizza che il Sé e l’identità dell’individuo sono strutture dinamiche e mutevoli nel tempo grazie alla propria presenza nel presente, che gli permette molteplici possibilità in potenza a seconda del modo con cui si approccia a se stesso e all’ambiente circostante. Al contempo però non significa che l’individuo debba intraprendere la strada della superficialità e dell’identità schizofrenica. Ancora una volta dipende dalla persona in quanto tale.
In tal senso, la Comunicazione, in senso generalizzato (i.e. non solo parole), interiore ed esterna diventa dunque un aspetto fondamentale in questo percorso di maturazione. Anche se ci possono essere incomprensioni e difficoltà, l’individuo vive in tale realtà e deve pian piano imparare a gestire tutto ciò in prima persona, sulle proprie gambe.

Questa rappresentazione viene specificata in Evangelion quando Shinji comprende che:

Il mio io attuale non è il mio io assoluto. Possono esistere molti me stessi! Può esistere anche un me stesso che non è un pilota di Eva!

Questa battuta evidenzia in senso lato la presa di coscienza e la decisione di distacco nei tre casi di introiezione totalizzante discussi in precedenza: Shinji può esistere anche senza l’Eva, l’otaku può esistere in quanto persona anche senza Evangelion e al di là dei manga e degli anime che colleziona, che studia e in cui si immerge, e infine Hideaki Anno può esistere anche al di là delle proprie opere.
Shinji realizza dunque un distacco dalla simbiosi con l’Eva e accetta la mutevolezza del proprio mondo interiore, nonché del mondo esterno.

Una delle scene più belle ed emblematiche trovo che sia la seguente dell’episodio 26:

Svelamento del palcoscenico, sfondamento della quarta parete

Lo scenario di Neo Tokyo-3 ridotto a un plastico, un palcoscenico in cui avvenivano gli avvenimenti della storia ma che in realtà è fittizio: sono solo disegni su fogli di celluloide.
Come racconta lo stesso Hideaki Anno, una volta tracciato uno scarabocchio di un personaggio e datagli la voce tramite il doppiatore, il personaggio è più se stesso che mai, senza necessità di essere animato; in altre parole come mezzo di comunicazione anche solo gli schizzi possono funzionare:

Il messaggio contenuto negli ultimi controversi episodi di Eva.
4 marzo (1996), dopo la conclusione del doppiaggio dell’episodio 25. Su iniziativa dei doppiatori, lo staff tecnico di animazione, che ha messo assieme gli scampoli dell’episodio 26, è invitato a una “festa di addio” nei pressi dello studio di registrazione Tavac a Okubo, Tokyo.
“A quel punto la sceneggiatura per l’ultimo episodio non era ancora completa. Sarebbe andato in onda la settimana successiva. In sostanza rimanevano a disposizione tre giorni sul programma di lavoro. Ma alla fine non avevo bisogno di disegni per rappresentare la mia visione delle cose. In verità sarei stato felice di spiegare il mio pensiero a voce. Lo avrei fatto ma, ahimè, questa proposta è stata rifiutata. Senza rodovetri (fogli trasparenti di celluloide, strumenti indispensabili per l’animazione tradizionale, NdNevicata), lo abbiamo realizzato sostituendoli con gli schizzi degli storyboard. Non è stata una questione di avere del tempo a disposizione per realizzarle o meno. In ogni caso avremmo finito per realizzare l’episodio senza l’animazione su rodovetri. Questi sono rappresentazioni simboliche. Dopo aver disegnato Asuka con un pennarello, mentre Yuko Kiyamura le dava voce, era più Asuka che mai. Ero addirittura giunto a detestarmi per aver sprecato del tempo con i rodovetri (fino a quel momento).
Ma ciò non significa non utilizzare mai il disegno al computer. Semplicemente volevo dimostrare che, sebbene si adoperassero i disegni animati come mezzo d’espressione, poteva funzionare anche l’uso degli schizzi. Volevo inviare un messaggio a quegli stupidi illusi che pensano cose del tipo: “poiché non è su rodovetro, non è finito” o “poiché non è su rodovetro, è realizzato alla buona”. Volevo distruggere a tutti i costi questo tipo di idee che io stesso avevo avuto. Una volta che hai il pregiudizio per cui non puoi usare nient’altro che i rodovetri per rappresentare i personaggi, in conclusione sei diventato un feticista… La prima volta in cui abbiamo adoperato questo espediente è stato tramite ciò che narravano le ‘linee’ dell’episodio 16.
Un disegno animato è composto da segni semplici e perciò fin dall’inizio è un mondo finto, giusto? Nient’altro se non un’illusione ottica. Nessuno avrebbe immaginato che fosse un documentario. Cercare di integrare un aspetto documentaristico nel film, quella è la mia personale sensazione di essere “dal vivo”. Penso che la decostruzione di questi segni sia rara nelle opere di animazione che appaiono in TV. Quando sono apparsi in TV i nostri disegni delle linee, alcune persone dell’industria dell’animazione definirono il nostro lavoro come di bassa qualità, sebbene fosse impossibile considerarlo tale. Ignorare l’intento di rendere quelle linee una ‘rappresentazione’ di qualcosa implica che ciò non comunichi alcuna idea, alcun concetto. Con questi presupposti, l’ultimo episodio non sarebbe stato meglio di un guazzabuglio di frasi e aforismi… Io ritengo che, osservandolo approfonditamente, vi si possano trovare anche altre cose.

Il sipario si alza, ed Evangelion sfonda la quarta parete.

SHINJI: Può darsi che il mondo della realtà non sia male. Però io odio me stesso.
MAKOTO: A recepire la realtà come brutta e spiacevole è il tuo animo.
SHIGERU: Il tuo animo che cambia la realtà in verità.
MAYA: L’angolazione da cui guardi la realtà, la posizione da cui la cambi, bastano piccole differenze in ciò per causare grandi mutamenti nell’animo.
KAJI: Esistono tante verità quante sono le persone.
KENSUKE: Però, la tua verità è soltanto una, una nozione alterata da una visione del mondo ristretta per proteggere te stesso, una verità distorta.
TOJI: La visione del mondo che una singola persona può avere è minuscola.
HIKARI: Eppure, le persone non possono che misurare le cose secondo questo loro piccolo indice.
ASUKA: Non possono che osservare le cose attraverso le verità date dagli altri.
MISATO: Allegria nei giorni di sole.
REI: Malinconia nei giorni di pioggia.
ASUKA: Se così ci viene insegnato, di questo ci convinciamo.
RITSUKO: Ma anche nei giorni di pioggia potrebbero esserci cose piacevoli.
FUYUTSUKI: La verità che è dentro le persone è cosa tanto fragile da cambiare totalmente nel solo modo di riceverla.
KAJI: Tale è il livello di verità degli esseri umani. Anche se proprio per questo si desidera la conoscenza di una verità più profonda.

Il dialogo è piuttosto limpido ed esplicita quanto già accennato: il modo in cui si guarda la realtà cambia la verità presente nel proprio animo, e ciò fa tutta la differenza del mondo.

Il fondamentale dialogo corale dei personaggi di Evangelion nelle scene finali dell'episodio 26

SHINJI: Però, io mi odio.
REI: Le persone che odiano se stesse non sono in grado di amare né di credere nel loro prossimo.
SHINJI: Io sono un vigliacco, un codardo, un vile, un debole.
MISATO: Conoscendo se stessi si può essere gentili, non è così?
SHINJI: Io, mi odio.
SHINJI e ASUKA: Però, forse potrei riuscire a piacermi.
SHINJI: Forse potrei riuscire a esistere. Ma certo! Io non sono altro che io. Io sono io. Voglio essere io. Io voglio stare qui! Per me è possibile esistere!

Le battute finali dell’episodio 26 TV mostrano Shinji – e probabilmente Hideaki Anno – a tu per tu con la propria interiorità per determinare il primo passo da fare. Shinji rifiuta il mondo, rifiuta le persone, rifiuta la sofferenza, ma in primis, in profondità, lui odia se stesso. Shinji fugge dalla proprie debolezze e dalla sua natura di essere umano imperfetto, con luci e ombre al suo interno in continuo incontro-scontro come le onde del mare che si infrangono sugli scogli. Ebbene, l’ultima questione che Shinji si pone e che come vedremo in seguito è anche l’ultima domanda che si è posto Hideaki Anno è: io voglio vivere questa vita?
Shinji è troppo debole per vivere ma è anche troppo debole per suicidarsi e quindi rimane in un limbo, uno stato intermedio di abulia, tuttavia nel finale si chiede in modo quasi esplicito: “Io voglio stare qui? Io voglio vivere questa vita, questa possibilità più unica che rara? Io voglio vivere questa vita dove oltre ai momenti di gioia ci sono anche momenti di dolore?” Shinji risponde di sì, lui vuole vivere e non lasciarsi vivere, lui vuole stare qui, nel mondo reale.
Il primo passo è prendere coscienza di quella luce che brilla nel baratro, nelle profondità del proprio essere, quel bagliore che desidera la vita nonostante le tenebre, nonostante le difficoltà, nonostante tutto. La propria forza interiore, assopita, disillusa e rassegnata, può far emergere pian piano consapevolezza, comprensione, perdono, equilibrio interiore, e tante altre caratteristiche fondamentali per poter riuscire a smettere di odiare se stessi e per percepire in modo sensibile il desiderio che la vita esista e continui, e il desiderio di vivere la propria vita in modo autentico. Tutto dipende dall’individuo.
Riuscendo a far pace con il binomio di luce e ombra presente nel proprio essere si passa poi alla comprensione del mondo esterno, per evitare di odiare le persone e la società in modo patologico, per imparare ad avere cura di sé, per essere gentili con gli altri, per accettare e gestire i conflitti e le contraddizioni che possono esserci. Il confronto con gli altri descritto in quest’ultima parte non è una gara per ostentare superiorità, bensì è per conoscersi, per riflettere su certi temi e per imparare ad amare, ovviamente senza idealizzare se stessi, gli altri e i rapporti reciproci. Questo deve essere chiaro: il mondo non è perfetto, ci saranno sempre incomprensioni e difficoltà, il punto è non lasciarsi abbattere da questi momenti.
È dunque necessario capire che solo essendo sinceri e onesti con se stessi ci si può prendere cura di sé (Take care of yourself) e imparare a comunicare e a relazionarsi con gli altri in modo sincero e profondo (Magokoro wo, kimi ni / A te il mio animo sincero).

Alla fine dell’episodio 26 TV il mondo in cui Shinji si è rinchiuso va in frantumi e compare un meraviglioso e limpido cielo azzurro. Come rivelato da Anno il significato profondo di questa scena rimarrà un suo segreto che si porterà nella tomba, noi ci limitiamo a constatare come Shinji abbia detto di sì alla vita e alla possibilità di esistere. Credo che questo sia davvero un grande messaggio per tutti, nonché il grande valore di Evangelion come opera di comunicazione.
A questo punto Shinji è finalmente in grado di reggere il peso del problema esistenziale, senza la pretesa che una qualunque relazione con l’Esterno possa ricreare la sicurezza di cui egli ha goduto originariamente per effetto di un’illusione (durante la fase di dipendenza infantile), e avendo raggiunto un certo equilibrio interiore, egli è pronto per camminare (trovare la propria strada) e comunicare (confrontarsi e creare dei legami) nel mondo.

Scene conclusive dell'episodio 26: Shinji mostra un sorriso sereno dinnanzi alla madre Yui e al padre Gendo. Grazie.

Sogno in frantumi

A questo punto torniamo al film.
Dopo alcune scene in live action, tagliate nella versione finale del film, dove fondamentalmente tutti esistevano tranne Shinji, chiuso nel proprio essere, vengono mostrate delle scene in cui il pubblico giapponese presente alla proiezione di Death & Rebirth scompare dalla sala cinematografica, come se fosse stato preso anch’esso da Lilith, e infine in uno sfondo di vie cittadine giapponesi sentiamo la voce di Shinji dialogare con quella di Rei.

Lo

L’aspetto interessante di queste scene e duplice: da una parte Hideaki Anno mette in scena la realtà all’interno di un anime, la città, le ferrovie, i tralicci e le persone, dall’altra critica gli otaku dicendo loro che la vita è fuori dalla sala cinematografica e dai sogni che in essa vengono proiettati e in cui ci si può rinchiudere.

Odio davvero il fatto che I’animazione – o perlomeno Evangelion, l’opera che sto realizzando – sia meramente diventato un “luogo di rifugio”. Nient’altro se non un luogo dove si può fuggire dalla realtà – facendosi assorbire in profondità da essa, le persone fuggivano semplicemente dal dolore della realtà, da laggiù non c’era praticamente nulla che potesse riportarli indietro alla realtà. In questa misura sento che la mia opera non sia arrivata alla realtà. In modo costante il numero di persone che trovano rifugio nell’opera cresce, e se questo fenomeno dovesse aumentare, in un caso estremo, diventerebbe una religione. Sarebbe il medesimo caso degli adepti di Aum e di Shoko Asahara. Forse, se avessi fatto le cose correttamente, avrei avuto il potenziale di diventare il fondatore di una nuova religione, ma odio quest’idea. Basta un’unica persona a cercare disperatamente una soluzione ai problemi del mondo, per quanto assurda possa essere.

(NdNevicata: come già specificato in precedenza, per rintracciare nel testo in inglese il passo in questione vi forniamo il seguente riferimento: the Aum adherents)

SHINJI: Senti … secondo te … cosa sono i sogni? Non riesco a comprendere bene la realtà.
REI: In altre parole, non riesci a distinguere la realtà degli altri individui dalla tua. L’unico luogo in cui trovi la felicità sono i sogni.
SHINJI: Allora questa non è la realtà… è un mondo in cui non esiste nessuno.
REI: Hai voluto ingannare la realtà con la tua fantasia.
SHINJI: Quindi dov’è… la mia realtà?
REI: La tua realtà, è alla fine del tuo sogno.

Improvvisamente si susseguono immagini di lettere: sono quelle ricevute dalla GAiNAX dopo la fine della serie TV, con gli apprezzamenti del pubblico per il messaggio.

Dunque se nel finale dell’articolo sul Perfezionamento ci eravamo lasciati con la domanda “Sarà riuscito Evangelion a sfondare la quarta parete per scuotere il torpore dello spettatore e aiutarlo davvero con un messaggio?”, qui possiamo dire che è accaduto.

Lettere di ringraziamento e graffiti di disappunto alla GAINAX

Di seguito la traduzione di una di queste:

Dopo aver visto Evangelion sono rimasto molto colpito, così in qualche modo ho inviato questa lettera. Sono uno studente delle scuole medie come Shinji. In primo luogo, ho visto Eva e ora mi sembra di comprendere veramente me stesso, e questo sentimento è dovuto a Eva. Voglio ringraziarla per questo. Perché dico ciò? Per spiegarlo ci vorrebbe un po’ di tempo, ma Shinji e io siamo simili; depressi, inetti e introversi. Ricordo di aver seguito Eva e aver visto Shinji preoccupato e in difficoltà, e ho provato le medesime sensazioni nel mio cuore. In Eva c’era un’analisi che spiegava come Shinji non potesse fuggire via dal dolore o dai sentimenti spiacevoli che ne conseguivano, e anche io mi sono sentito così. All’inizio, mi era molto piaciuto. […] Ecco perché questo anime mi dà quella sensazione di leggerezza. […] Ma gradualmente la signorina Ogata […] Nell’ultima scena in TV, Shinji accetta gli altri e tutti si congratulano con lui; quello è stato davvero un lieto fine e mi sono sentito molto felice. Un altro amico […] Quell’ultima scena […] In quest’anno concludo le scuole medie e ora il mio obiettivo è essere uno studente delle superiori, ed ecco perché ora farò del mio meglio. Andrò a vedere il film di Eva. Sono preoccupato a proposito di quello che accadrà a Shinji nel film (ma mi piace molto l’ultima scena della serie TV). E grazie a Eva ho iniziato a voler bene a me stesso e questo mi ha reso davvero felice. […] Signor Anno, la prego, continui a lavorare su Eva per molto tempo ancora. […] E grazie mille per tutto quanto!!

Non so voi, ma personalmente trovo questa lettera sinceramente commovente, forse perché Eva ha dato molto anche a me, ed è davvero notevole come usato in modo corretto anche un medium come l’animazione possa donare qualcosa di concreto allo spettatore.

Nonostante gli apprezzamenti non a tutti piacque la conclusione data a Evangelion, ed ecco di seguito alcune considerazioni interessanti:

(1) La ricezione del finale TV di Evangelion:

Ultimamente a causa del finale degli episodi 25 e 26 alcune persone hanno iniziato a seguire Evangelion. Questi non erano fan dell’animazione. In verità molti di loro sono di sesso femminile e mi hanno detto che obiettivamente hanno davvero apprezzato l’episodio 25. Molti fan dell’animazione sono furiosi. Comprendo la loro rabbia. Non posso fare a meno di ridere quando i fan integralisti dell’animazione dicono che abbiamo svolto un lavoro pessimo, con intenzionale negligenza. No, non è stato così. Nessun membro dello staff ha svolto un lavoro pessimo. In realtà ogni membro della GAiNAX ha speso più energia di quanto chiunque possa immaginare. Mi rattrista il fatto che quei fan non siano in grado di vedere i nostri sforzi. Personalmente ritengo che il finale TV originale che abbiamo mostrato abbia concluso Evangelion in modo meraviglioso.

(2) Il commento di Hideaki Anno sul meta-messaggio contenuto nell’episodio 26:

DOMANDA: L’episodio 26 che alcuni fan integralisti hanno rigettato… Certo, è vero che alcuni fan erano frustrati dall’assenza di continuity con la storia originale. Ma su Internet, tra le altre cose, abbiamo letto alcune critiche davvero aspre.
Ma anche questo è un fatto: altri spettatori che hanno guardato l’ultimo episodio (che ha registrato ascolti record) hanno esclamato tra sé e sé, “Evangelion è davvero brillante!”
HIDEAKI ANNO: Tra le persone che usano Internet, molte sono ottuse. Poiché se ne stanno chiuse nelle proprie stanze, si appigliano a quella visione che si sta diffondendo in tutto il mondo.

DOMANDA: Cosa si deve sapere per non considerare idioti i fan dell’animazione?
HIDEAKI ANNO: La questione non va oltre i meri “dati”; i dati senza analisi che ti fanno pensare di sapere tutto. Questa compiacenza non è nient’altro che una trappola. Inoltre, il senso dei valori che contrasta questa nozione è bloccato da essa. E così si giunge alla demagogia. Per esempio qualcuno pronuncia il mio nome dicendo: “Anno è morto”. Se questa persona mi fosse accanto, forse potrei colpirlo. Sui forum qualcuno può ancora ribattere, ma questo ha il valore dei graffiti sulle pareti dei bagni pubblici. Non si ha l’obbligo di firmare quanto si scrive. Con calma tali affermazioni arrivano direttamente alla porta di casa tua. È conveniente al punto tale che le persone sconsiderate lo fanno senza rimorso, senza fermarsi a riflettere. Ovviamente, non tutti gli utenti di Internet sono persone del genere. Ma poiché è molto difficile trovare persone oneste in Internet, semplicemente non ho la libertà di dedicarvi del tempo. Voglio soltanto dire questo: “Tornate alla vita reale e cercate di conoscere il mondo”. Per esempio, quando si decise di rifare gli episodi 25 e 26, la notizia si diffuse rapidamente dal server della GAiNAX per tutta Internet. Se non avessimo affrontato la questione sarebbero emerse voci totalmente assurde. Ma rivelando questa notizia, ci sono state rinfacciate molte affermazioni incoerenti come “Lo hanno fatto per i soldi”.
Ho compreso la mia stessa ipocrisia quando mi sono lasciato convincere del fatto che, non conoscendo la nostra situazione finanziaria, questo tipo di affermazione era lecito e basta. Qualunque cosa dicano, non penso che si possano vedere altri risvolti negativi in Evangelion. [risate] Non ponendo attenzione a idee infantili a cui queste persone si erano piegate, abbiamo ritenuto che questi anime fan fossero stupidi. Essi non abbandonano il loro piccolo mondo confortevole. Si sentono al sicuro. Non hanno nulla di solido in se stessi su cui fare affidamento.
Ecco perché ho cercato di dedicarmi a salvare l’animazione giapponese. Io non dico, come Shuji Terayama, di “gettare via i libri e correre per le strade”, ma di scendere in strada e incontrare altre persone. Per quale motivo posso dire ciò? Beh, ho notato quello che mi stavo perdendo, nel mio cuore. Per 21 anni sono stato un anime fan, e ora, all’età di 35 anni, noto con dispiacere: “Non sono nient’altro che uno sciocco onesto” [risate]

Hideaki Anno

Dalle analisi e dagli elementi considerati secondo me Evangelion non fornisce una magica soluzione che risolve il problema, né tantomeno indica la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. Evangelion ci dice che la beatitudine ottenuta attraverso il Perfezionamento dell’Uomo, le grandi e piccole narrazioni catartiche dell’otakuzoku, la rassicurante cameretta degli hikikomori e chi più ne ha più ne metta, sono tutte fughe dalla realtà nelle quali la benevolenza che si ottiene è fallimentare perché illusoria.
L’opera creata da Hideaki Anno è lo sprono di un uomo a se stesso e ai propri complessi, è la scossa per cercare di uscire da quell’atteggiamento snobistico e illusorio proprio degli otaku, nonché una spinta per cercare di andare oltre a quell’amarezza e a quel vittimismo per la mancanza di riferimenti psicologici, sociali e filosofici che portano al periodo di moratoria, per iniziare a camminare sulle proprie gambe nella realtà con un pizzico di audacia e speranza, nonostante lo spaesamento, i dubbi e il timore di sbagliare e di soffrire, un percorso per conoscere se stessi, per creare legami con gli altri e per conoscere il mondo.
Vedere Evangelion come un massimo sistema, come un compendio universitario di filosofia e psicologia non fa che portare viziosamente a quell’atteggiamento di chiusura e rifugio, come fatto da Aum Shinrikyō e dall’otakuzoku, da cui Anno voleva invece trovare una via d’uscita. In Evangelion ci sono sì moltissimi riferimenti, alcuni studiati e altri azzeccati, alcuni più approfonditi e altri meno, ma bisogna cercare di non cadere nella sovrainterpretazione assegnando all’opera e allo staff che l’ha creata un retroscena sovradimensionato; e a ben vedere il rischio è sempre dietro l’angolo.
In definitiva Anno ha usato Evangelion per se stesso per analizzare e sviscerare il problema e per cercare di accettarlo, metabolizzarlo e sorreggerlo, anche se magari inizialmente sarà difficile, e poi pian piano per impegnarsi a risolverlo nella sua vita reale.
Per quanto riguarda gli spettatori Anno li invita a guardarsi dentro per cercare di accettare la realtà e smettere di rifugiarsi dal dolore, perché la fuga è inutile (nigecha dame da!), stare immobili continuando a rifiutare le difficoltà e a procrastinare non porterà a nulla. L’individuo ha la possibilità di scegliere e ciò prevede la possibilità di fallire, dal livello affettivo a quello lavorativo, tuttavia è importante, anzi direi fondamentale, trovare sempre la forza per rialzarsi e reinventarsi. Hideaki Anno ci parla di esseri umani immersi in una realtà complessa e sfaccettata, della difficoltà di scegliere, ma anche della possibilità di farlo e di costruirsi una propria vita nel mondo reale cercando di non cadere negli estremi di individualismo e dipendenza/attaccamento.
Alla fine lo stesso Anno ammette che il Giappone non è un posto così brutto e difficile in cui vivere, certo ci sono competitività, problemi economici e politici, disagio sociale, relativismo e tanto altro, ma in tutte le società ci sono problemi, la vita non è un cartone animato o un fumetto, non è pacche e sorrisi, quindi anziché autoingannarsi con la finzione è fondamentale cercare qualcosa di reale per cui valga la pena vivere in modo autentico, qualcosa che permetta di vivere con consapevolezza, responsabilità e dedizione, tra momenti di sofferenza e momenti di felicità. Le cose non cambiano certo da sole e il mondo in cui viviamo è ben più che la somma dei singoli, tuttavia ciascuno di noi può diventare più sensibile e consapevole della realtà circostante e maturare la volontà di agire per provare a cambiare qualcosa – dalle relazioni ai problemi ambientali e sociali – forse non servirà a molto e forse non sarà altro che una mera illusione, ma tant’è.
Evangelion molto più semplicemente invita a fare il primo passo, e come si è potuto constatare ci sono state sia persone aperte ad accogliere tale messaggio che persone riottose che lo hanno rifiutato, dunque potremmo definire il risultato come una via di mezzo, non è stata una vittoria ma nemmeno un totale fallimento.

Desiderio di vivere

Shinji si risveglia nel Mare di LCL, un luogo dall’atmosfera metafisica che ancora una volta richiama alla mente il concetto di origine della vita.
È interessante notare che sia nella mitologia che nella filosofia si trovano esempi in cui l’acqua viene considerata come realtà primigenia. Come esempio mitologico si pensi alla cosmogonia dei Sumeri, secondo cui in principio c’era il “Mare Primordiale”, Nammu, increato ed eterno. Un altro mito in questa direzione si trova nell’Enuma Elis, poema cosmogonico appartenente alla tradizione religiosa babilonese, secondo cui all’origine dell’esistenza c’era il “Mare Primordiale del Caos” governato da Apsu, le Acque dolci, e Tiamat, le Acque salate, rispettivamente padre e madre di tutto il Cosmo. Dal punto di vista filosofico mi viene in mente il pensiero di Talete, secondo cui la molteplicità delle cose del mondo è solo apparente e in realtà esse sono tutte legate a un principio unificatore (αρχή in greco, “archè”), che è anche origine della vita, e che il filosofo greco identifica nell’acqua.
Al di là di questi riferimenti, forse noti anche ad Anno e che egli potrebbe aver preso in considerazione – d’altronde ha citato Marduk e Nabucodònosor dai Babilonesi – ma non ci è dato saperlo, l’aspetto più importante da mettere in evidenza è che il Mare di LCL estende all’intera umanità la metafora dell’utero materno e del liquido amniotico già usata per l’entry plug, facendo intendere ancora una volta che Lilith è la progenitrice del genere umano.
Nel frattempo le anime stanno diventando una cosa sola, proprio come dei cubetti di ghiaccio che si sciolgono immersi nell’acqua. Di seguito la spiegazione di Rei:

Questo è il mare di LCL. Siamo immersi nel brodo primordiale da cui ha origine la vita.
Un mondo in cui non occorrono più A.T. Field, dove ciascuno ha perso la propria individualità corporea.
Un mondo ambiguo, che non consente di percepire il confine materiale tra le creature che lo popolano.
Un mondo incoerente in cui si vive dappertutto e dunque non si esiste in nessun luogo.
[…] Tutto sta diventando una cosa sola.

Il Mare di LCL è dunque un luogo metafisico o uno stato dell’essere che dovrebbe realizzare i desideri di Shinji, e quindi dell’otaku e dell’hikikomori:
* è come una culla dalle sfaccettature prevedibili e rassicuranti, in cui tutto è sotto controllo;
* è una realtà in cui l’individuo non esiste più in quanto in totale dipendenza simbiotica con le persone (tutte le anime sono amalgamate in un unicum) e con l’ambiente, realizzando così il livello massimo di introiezione sia a livello di identità che come senso d’appartenenza;
* è un mondo permeato da un’atmosfera di armonia imperitura e incondizionata, proprio come nell’utero materno o in un caldo abbraccio protratto all’infinito;
* è una dimensione atemporale in cui passato e futuro perdono di significato, in cui tutto rimane eternamente uguale a se stesso lasciando il posto a una cristallizzazione senza cambiamenti.

Il risultato finale di tutto è un mondo di pace eterna in cui nulla cambia e in cui nulla può andare perduto, né i ricordi, né gli affetti, né il tempo, e dove non ci sono più né conflitti interiori, né quelli con l’esterno.

Il mare di LCL – Diventare una cosa sola e la metafora del complesso di Edipo

Notiamo che la scena mostra simbolicamente il Complesso di Edipo, in particolare la fase di possessione della madre, ora che Shinji si sta unendo sessualmente a Rei.
È inoltre suggestivo osservare come dal punto di vista psicoanalitico sia per Sigmund Freud che per Carl Jung l’acqua rappresenti un simbolo per l’inconscio e per il grembo materno, e in Evangelion la metafora è usata varie volte proprio in tal senso. Ad esempio la goccia che cade e provoca cerchi concentrici indica i momenti in cui Shinji sprofonda nel proprio inconscio, oppure quando Asuka apre il suo cuore a Kyoko si vede per un momento il mare, analogamente per Shinji quando nell’episodio 20 si trova dissolto nell’Eva-01, o ancora il fatto che Ritsuko parli di luce e acqua in riferimento alla psiche di Rei, e così via.
Un’ulteriore considerazione proviene dall’intervista in cui Hideaki Anno afferma:

Intervistatore: Compare il “pinguino delle sorgenti termali”, e inoltre Misato ama fare il bagno, non è vero? Il bagno, o forse dovrei dire essere immersi nell’acqua, sembra indicare ciò che si potrebbe definire una bella sensazione.
Anno: Sì, è vero. Esprime inoltre un’immagine di ritorno all’utero, comunque. Essere immersi nell’acqua, intendo.

In definitiva in Evangelion il Mare di LCL e la Sala del Guf simboleggiano, tra acqua, brodo primordiale, liquido amniotico, grembo materno, anime, inconscio e psiche, le dimensioni primigenie dell’esistenza in cui ha avuto origine la vita.

Alcune immagini tratte dall’episodio 20: la goccia d’acqua e il mare. Shinji nuota nel proprio inconscio.

Poiché Rei ha messo Shinji al centro del perfezionamento, allora è a lui che sarà data l’ultima parola sull’unificazione delle anime: accettarla o rifiutarla?
Alla fine Shinji rifiuta di far violare a Rei il suo ultimo A.T. Field psicologico, avendo capito che quel mondo fittizio sarebbe solo evasione e non porterebbe a nessuna felicità in quanto lui stesso non ci sarebbe; così respinge il Perfezionamento scegliendo di tornare alla propria forma umana, ricollegandosi al finale televisivo.

L’istinto alla vita (Eros/Libido) vince sull’istinto alla morte (Thanatos/Destrudo).

Quindi Shinji dialoga con Rei e Kaworu, e questi gli dicono che il ritorno alla realtà comporterà nuovamente la presenza degli A.T. Field che separano le persone e che ciò provocherà la ricomparsa della paura degli altri e anche il ferirsi a vicenda tra individui.
Tuttavia Shinji pensa che sia giusto non fuggire (“nigecha dame da!”) e incontrare di nuovo le persone, perché anche se magari gli capiterà altre volte di venir tradito, solo nel mondo può trovare e provare le emozioni che nell’unicum di LCL non sono possibili.

Voglio incontrarli ancora una volta (le persone), perché credo che i miei sentimenti di allora fossero sinceri.

Osserviamo che Rei è nascosta nella foto, forse ad intendere simbolicamente che il ritorno alla grande madre è stato fermato.

Voglio incontrarli ancora una volta…

Come detto da Kaji nell’episodio 18:

Le persone non sono in grado di comprendere appieno il proprio prossimo. Ciascuno di noi è in parte oscuro persino a se stesso. Riuscire a comprendersi al cento per cento è sempre impossibile.
È per questo che le persone si sforzano costantemente nel tentativo di conoscere se stessi e gli altri.
Ed è proprio questo a rendere la vita tanto interessante.

Si noti che il problema dell’incomunicabilità in Evangelion non ha una conclusione pessimista, infatti il finale spinge a impegnarsi nella comunicazione interpersonale e nelle relazioni con il mondo esterno nonostante le difficoltà intrinseche della cosa.
Ancora una volta notiamo come Evangelion sia legato profondamente ad un’epoca, non parla di unicorni e draghi in quanto tali, ma viene costruito con questioni e suggestioni reali, da Aum Shinrikyo al fenomeno degli otaku, dalla difficoltà di scegliere il proprio percorso di vita al problema dei rapporti interpersonali, e così via.
La questione è complessa perché una differente estrazione sociale, una differente educazione e cultura, un differente paese di provenienza e così via portano ogni persona ad avere una propria visione soggettiva dello sviluppo dell’identità, psicologica e sociale, nonché dei rapporti interpersonali. Ciò che può essere considerato individualismo per una persona, può non esserlo per un’altra, idem per la dipendenza.
Ancora una volta possiamo constatare come la condizione umana sia molto fragile.
Alla fine a differenza della pazzia ai limiti della schizofrenia maturata da Vitangelo Moscarda nel dramma di Pirandello, Evangelion incoraggia il pubblico a realizzare sempre la comunicazione interpersonale; anche se ci dovessero essere incomprensioni e non ci si intenderà in modo totale, ci si deve impegnare in questa azione per evitare di instaurare rapporti interpersonali superficiali, volubili e frivoli, che possono diventare obsolescenti come gli oggetti di consumo.

Concetti simili sono presenti anche nel manga.
Qui Shinji rammenta tutti i ricordi perduti, fino alla promessa stretta con la madre:

Tu sarai colui che proteggerà la felicità delle persone.

Sadamoto ci presenta quindi un riepilogo nel Mare di LCL:
– le parole di Gendo, sulle difficoltà di comunicazione tra persone;
– le parole di Yui, sul fatto che esiste la felicità delle persone;

Mixando queste due questioni, Shinji decide di fermare il Perfezionamento e sperimentare da sé, in prima persona, non solo le parole di Gendo, ma anche quelle di Yui.
Come lui stesso riconosce, Shinji ha sempre vissuto in modo passivo e non si è mai accertato se le parole che gli aveva detto il padre siano vere o meno:

Mio padre mi ha detto che le persone non possono mai comprendersi completamente tra loro, ma io non me ne sono mai accertato. Devo accertarmene con questo mio corpo.
Anche se così facendo, dovessi soltanto soffrire e capissi che effettivamente non può esserci comprensione… comunque forse riuscirò ugualmente, anche solo per un istante, a stabilire un legame con qualcuno, com’è successo quel giorno tra me e te. Devo accertarmi a quale scopo esiste questa mano, a quale scopo esisto io.

Shinji accetta i potenziali conflitti e le incomprensioni esistenti nei rapporti umani, facendo un discorso che suona davvero molto simile a quello di Kaji.
Osserviamo infine come l’ultima frase si allaccia a The End of Evangelion quando Rei chiede al ragazzo a cosa servono le sue mani e il suo animo.
Fantastico come i vari pezzi si incastrino tra loro!

Forse le mani degli altri finiranno per farmi del male… e le mie mani forse faranno del male agli altri… e le mani congiunte forse un giorno si allontaneranno tra loro. Però, Ayanami, nonostante questo, io vorrei, ancora una volta, tenerti per mano.

Le mani in questo discorso simboleggiano più in generale sia amore/dolore fisico che amore/dolore psicologico che gli individui possono dare e ricevere.

Il percorso di Shinji si completa.

Contatto umano – la stretta di mano tra Shinji e Rei nel manga simboleggia l’interruzione del Perfezionamento

Personalmente ho trovato davvero azzeccata la scelta di Sadamoto di rendere di volume in volume la personalità di Rei sempre un po’ più strutturata, di modo da sviluppare molto più di Anno la ragazza, un’identità che fiorisce, si forma e matura proprio grazie ai legami. Nel volume 3 Rei ha un’apertura verso Shinji, nel volume 4 il saluto a scuola, nel volume 5 la scena del caffè, nel volume 8 il discorso sul contatto umano e infine nel volume 10 il riscontro della gelosia verso Asuka e l’interesse per Shinji, che più generalmente ci mostra come Rei abbia maturato effettivamente un interesse verso l’Altro.
Dunque non più solo Gendo, non più una personalità totalmente vuota e distruttiva che brama il nichilismo per portare tutto al nulla di cui lei stessa è simbolo, ma come afferma nei suoi ultimi pensieri:

Il mio spirito… anche in questa forma, brama il contatto umano.

Torniamo al film, precisamente alle parole di Rei e Kaworu:

REI: Noi siamo la speranza che le persone riescano un giorno a comprendersi a vicenda.
KAWORU: E contemporaneamente siamo le parole “Ti voglio bene”.

Emblematico come questa scena, oltre a esplicitare ancora una volta il contenuto di comunicazione meta-testuale di Evangelion, chiuda anche il cerchio nella storia di sfondo, iniziata con la battaglia tra i discendenti di Lilith e quelli di Adam, e che ora si conclude con Rei e Kaworu, i contenitori degli animi dei due Progenitori, che indicano la speranza di comprensione reciproca.
Inoltre è significativo contestualizzare il motivo per cui proprio Rei e Kaworu compaiano in questa scena: Anno dice che si sente piuttosto vicino, cioè si identifica consapevolmente con Shinji, Asuka e Misato, mentre vede Kaworu e Rei come entità appartenenti al proprio inconscio (in particolare Kaworu è la sua “ombra”).

Rei e Kaworu, la speranza e l’amore nel cuore di Shinji

KAWORU: La realtà è un luogo ignoto… I sogni si trovano nella realtà.
REI: La verità, invece, dimora nell’animo.
KAWORU: Perché è l’anima che plasma la forma degli individui. […] Se le persone non agiscono di propria volontà nulla potrà cambiare.
REI: Pertanto devi ritrovare il tuo Io perduto con le tue sole forze, anche se significasse smarrire le tue parole o anche venire sommerso dalle parole degli altri.

Anche da questo dialogo emergono concetti già esplicitati, da una parte il fatto che si deve vivere nella realtà poiché i sogni si trovano e si realizzano in essa, non all’interno di scenari fittizi, dall’altra il fatto che l’individuo deve agire in prima persona per conoscere se stesso, trovare un equilibrio e per imparare a vivere e comunicare nel mondo.
Evangelion invita dunque alla ricerca di sé, degli altri e del mondo, invita a camminare con le proprie forze, a comunicare e a relazionarsi, ma non fornisce espliciti consigli e riferimenti su come orientarsi; è un percorso che bisogna vivere da se stessi. Si può dire che la vera natura, la ragion d’essere di Evangelion sia più quella di essere un impulso, un tentativo di spinta a uscire dal sogno per entrare nella realtà e scoprire la propria autenticità e il proprio posto, che non la risposta vera e propria su cosa fare e su come comportarsi.
Si potrebbe dire che ciò sia “tutto fumo e niente arrosto”, tuttavia non è così perché di fatto Evangelion va a mettere in chiaro il fatto che le cose non si possono apprendere che in modo attivo nella realtà, e non è possibile, se non in minima parte, trarre esperienza e riferimenti psicosociali tramite la finzione. Questo è il messaggio per gli otaku, gli hikikomori e per tutti coloro che cercavano qualcosa da Evangelion.
D’altronde Anno, per quanto detto finora, all’epoca della serie TV e del film cinematografico doveva iniziare a intraprendere lui stesso questa strada, e lo spettatore è quindi invitato a fare lo stesso.

Arrivati a questo punto, per evitare fraintendimenti, ritengo sia indispensabile fare una precisazione.
In primo luogo Shinji è un personaggio animato e dunque tutto il suo percorso risolutivo nell’episodio 26 della serie TV, con tanto di cielo azzurro e applausi, è una versione semplificata di ciò che può avvenire nella realtà; in secondo luogo nella realtà è opportuno distinguere la gravità del problema psicologico e sociale da una persona all’altra, non si può generalizzare.
Nei casi più semplici si può anche iniziare a fare da soli, intraprendendo pian piano un percorso per uscire dall’immobilismo, per cercare di aprirsi e superare le proprie difficoltà senza ingigantirle, senza giustificarle oltremisura e senza cadere nell’autocommiserazione; d’altronde per vivere bisogna sostentarsi da sé e non si può gravare sulle spalle degli altri.
Viceversa nei casi più complessi di hikikomori è indispensabile l’aiuto della famiglia e di terze parti (e.g. psicoterapia, comunità) affinché si crei una breccia nella routine familiare, nell’ambiente rifiutato dal soggetto e nella chiusura dell’hikikomori in modo tale che questo riesca pian piano a uscire dal baratro. Il programma di riabilitazione dipenderà dalla gravità del problema, per acquisire le abilità comunicative e relazionali, i riferimenti comportamentali e le competenze personali e sociali perse nel tempo o mai maturate. L’hikikomori deve essere aiutato a risvegliare il desiderio di vivere, nonché deve scoprire le proprie capacità, sia interiori come il coraggio e l’autostima, che esteriori come interessi e capacità sociali.
In ogni caso il fenomeno hikikomori è piuttosto complesso e non interessa solo il Giappone ma anche Paesi europei e internazionali che negli ultimi anni stanno riscontrando una notevole diffusione dei soggetti reclusi, pertanto le considerazioni proposte in questo progetto sono da ritenersi come un piccolo sottoinsieme di un argomento più ampio che merita un trattamento professionale.

Avendo scelto di tornare alla realtà e liberare le anime delle persone dal ritorno all’origine, il collo di Lilith si lacera, lo 01 fuoriesce da un suo occhio e sputa la Lancia di Longinus. Quindi l’Eva estende un potentissimo A.T. Field con 12 ali, la Lancia assume la forma del simbolo di infinito e tramite questa lo 01 distrugge le lance copia della Serie degli Eva. Alla fine lo 01 è stato dunque lo strumento pratico che ha messo in atto la scelta psicologica di Shinji, permettendo il salvataggio dell’umanità.
Ricordo quanto detto nel primo articolo del ProgettoEVA2015: a livello “ideologico”, Anno doveva arrivare alle stesse risposte cui era giunto Hayao Miyazaki nel finale del manga di Nausicaa della Valle del Vento. Ed in effetti così come Nausicaa ferma il piano degli Antenati per una razza umana pacifica e intelligente in favore della sopravvivenza dei normali esseri umani, così Shinji ferma il progetto di beatitudine della Seele per ripristinare l’umanità imperfetta.
Infine Lilith cade a pezzi e la Luna Nera esplode liberando le anime dell’umanità: i desideri di ritorno all’origine della Seele e di unificazione dell’umanità nello 01 divino vengono annullati, realizzando la speranza di Yui.

La fine del Perfezionamento – la caduta di Lilith e la vittoria dell’Evangelion-01 come desiderava Yui

YUI: Chiunque potrà riconquistare la sua forma umana, se imparerà a immaginare se stesso nel proprio animo. Non devi avere paura. Tutti gli esseri viventi possiedono la capacità di riacquistare la propria forma umana e il desiderio di continuare a vivere. Se l’animo accoglie un’autentica speranza del vivere, allora qualsiasi mondo può essere un paradiso. Semplicemente perché sei vivo. L’essere vivi offre la possibilità di trovare la felicità ovunque. Finché esisteranno il Sola, la Luna, la Terra… andrà tutto bene.

Yui rassicura Shinji: poiché l’Eva ha salvato le anime, ora da tutto questo mare ogni essere vivente potrà riassumere la propria forma umana se riuscirà a ritrovare la speranza nella propria anima.
Accogliendo la vita come una possibilità se ne può forse percepire la sua importanza in termini di evento straordinario, personalmente direi commovente, all’interno di un universo ignoto ma affascinante per il mistero che lo caratterizza.
Partendo da questa scena si può evidenziare un interessante parallelo con Principessa Mononoke, film del regista Hayao Miyazaki realizzato dallo Studio Ghibli che è stato distribuito nei cinema giapponesi nel luglio del 1997 proprio come The End of Evangelion. Se nel finale del film di Anno lo scenario appare totalmente devastato e nonostante ciò il personaggio di Yui invita alla vita, nel lungometraggio di Miyazaki già a partire dalla catchcopy presente nella locandina si comprende il contenuto principale dell’opera: vivi!
Entrambi i film invitano a vivere nonostante le difficoltà ed evitano abilmente di edulcorare la realtà, dalle relazioni tra persone al conflitto tra la civiltà umana e la natura, ovvero negano qualsiasi tipo di contentino allo spettatore, qualsiasi cosa a cui egli possa aggrapparsi. Gli esseri umani vengono rappresentati a tutto tondo senza idealizzare: consapevolezza, ignoranza, onestà, ipocrisia, intelligenza, gentilezza, menefreghismo, conflittualità, generosità, avidità e tante altre sfumature delle persone sono mostrate senza essere troppo indulgenti, senza nascondere nulla sotto a un tappeto. Inoltre sia Evangelion che Principessa Mononoke sono idealmente collegabili al finale di Nausicaa della Valle del Vento, infatti il settimo e ultimo volume del manga si conclude con una frase che mira alla vita:

Per quanto la situazione sia difficile, dobbiamo sopravvivere…

Nausicaa della Valle del Vento (1984), The End of Evangelion (1997), Principessa Mononoke (1997)

Nel manga Shinji si risveglia in una spiaggia metafisica, dove incontra la madre e il padre.
Yui e Gendo gli dicono di vivere e di camminare sulla Terra con le proprie gambe, mentre loro continueranno a osservarlo da lontano, mentre morirà e rinascerà innumerevoli volte.
Questa cosa ha per me una doppia interpretazione:
* la prima è di carattere più narrativo, integrata nella trama, con Shinji che rinascerà in un nuovo mondo e poi morirà e rinascerà ancora innumerevoli volte, strizzando l’occhio al Samsara, i.e. il ciclo di morti e rinascite del Buddhismo, come si vedrà nell’ultimo capitolo;
* la seconda ha un carattere più contenutistico, ovvero il fatto che Shinji si affranca dai genitori e dall’ossessione per un’imperitura atmosfera di benevolenza e intraprenderà il proprio percorso nel mondo con le proprie gambe, cercando di fare un primo passo, poi un secondo, un terzo e così via, e ciò comporterà certamente cadute, ma al contempo Shinji si impegnerà per rialzarsi altrettante volte per poter continuare il cammino.
Si noti come in quest’ottica risuoni l’eco non solo dell’ultima conversazione tra Shinji e Misato, di cui ho parlato nella prima parte del Finale, ma anche delle parole che la donna rivolge a Shinji nell’episodio 15:

Non puoi e non devi sempre fuggire. Se non ti sforzerai tu di fare il passo in avanti, non cambierà mai nulla da sé […] e non si tratta solo di fare il primo passo, ma anche di continuare ad avanzare, un passo dopo l’altro.

Grazie∞Arrivederci – l’ultimo incontro tra Shinji e i genitori nel manga – Vivi

YUI e GENDO: Vivi.

Si noti che ciò si ricollega al finale di Nadia, in cui Nemo nei suoi ultimi istanti di vita dice alla figlia Nadia di vivere.

Viaggio nella vita

Siamo infine arrivati all’ultimo paragrafo di quest’analisi del finale di Evangelion, ivi farò un po’ di considerazioni sui tre finali, cioè quello della serie televisiva, quello del film e infine quello del manga.

Finale della serie TV

Nel finale TV ci viene mostrato un universo alternativo in cui Shinji e Asuka sono amici d’infanzia, Yui e Gendo sono vivi, tutti sono vivi e tutti sono contenti.

L’universo alternativo nell’episodio 26 della serie TV

Personalmente in questo scenario penso che Hideaki Anno abbia inserito un po’ il suo desiderio e la sua speranza verso se stesso e gli otaku, essere persone che riescono a vivere e a gestire le situazioni della propria età in modo sano; ad esempio è noto che dopo Nadia il regista si era dedicato alle immersioni (chissà come mai Kaji e Asuka fanno immersioni…) per staccare la spina con quella vita da otaku.

In occasione di questo panel del 1996 Anno dichiara:

Se desiderate entrare nell’industria dell’animazione, il mio consiglio per voi, come autore, è quello di avere diversi interessi oltre a essa. Per prima cosa, guardate verso l’esterno. La maggior parte dei produttori di anime è fondamentalmente autistica. Essi devono ancora cercare di comunicare veramente con gli altri. Direi che il risultato più grande che l’animazione abbia mai raggiunto è il fatto che stiamo tenendo un dialogo proprio qui e ora.

A questo discorso vorrei accostare le parole di Kaji nell’episodio 17 della serie TV, quando mostra a Shinji il suo orticello di cocomeri:

KAJI: Coltivare qualcosa, crescere qualcosa, è davvero bello! Nel farlo si possono vedere e capire molte cose. Alcune delle quali piacevoli.
SHINJI: E altre motivo di sofferenza, vero?
KAJI: Tu odi la sofferenza?
SHINJI: Non la amo…
[…]
KAJI: Le persone che meglio conoscono la sofferenza sanno essere più gentili col prossimo. E non si tratta di debolezza.

Kaji lascia intendere che nel coltivare una pianta si possono comprendere molte cose, infatti osservare con i propri occhi il lento ma inesorabile sviluppo da seme a germoglio di una pianta permette alla persona di entrare in contatto con la vita, in cui tutto muta, da bambini ad adulti, da lisci a rugosi, da vivi a morti, e soprattutto ci si educa alla responsabilità, infatti una pianta ha bisogno di attenzioni, come l’acqua e la potatura, per poter crescere, e serve tempo e dunque pazienza e dedizione da parte di chi se ne prende cura, insegnamenti fondamentali anche nella vita e nei rapporti interpersonali.
Dunque Kaji suggerisce a Shinji -e allo spettatore- di coltivare qualcosa di reale -non gli anime, i manga, i videogiochi, altrimenti si ritorna daccapo, come in un circolo vizioso- attraverso cui può scoprire vari aspetti della vita, come la fatica e al contempo la gioia, il tempo che passa, e con cui può acquisire delle capacità e delle competenze per se stesso e che gli possono permettere di instaurare dei veri e significativi rapporti con gli altri.
Il punto è fare attenzione al fatto che queste cose non devono diventare il guscio totalizzante attraverso cui comunicare con gli altri (come fanno gli otaku con gli anime e i manga): il giardiniere e il giardino sono due cose diverse.
L’aspetto fondamentale è quindi imparare a comunicare e a relazionarsi attraverso il proprio Sé ed entrare in empatia con il Sé delle altre persone, che potranno diventare care e quindi importanti, senza gusci di sorta.

Nel finale TV Shinji accetta se stesso, vuole essere se stesso e vuole vivere nel mondo, mandando in frantumi il mondo chiuso in cui si era segregato.
Un finale felice, o forse no? Questo è stato il pensiero di Anno, tant’è che il titolo dell’ultimo brano musicale, quello che si sente nella scena delle “congratulazioni” ha il titolo Good, or don’t be?, scelto appositamente da Anno proprio per esprimere questi sentimenti contrastanti.

Vediamo di seguito una breve considerazione di Anno dopo la fine della serie TV nel 1996:

Dopo la conclusione della trasmissione televisiva mi sono sentito sempre peggio e sono andato a farmi vedere da un medico. Ho anche seriamente contemplato la morte. Era come se fossi vuoto, come se la mia esistenza non avesse più alcun significato. Senza esagerare minimamente, avevo messo tutto me stesso in Evangelion. Davvero. Dopo la conclusione ho realizzato che non c’era più nulla dentro di me.
Quando ho chiesto [al medico] di me, lui ha risposto: “Ah, questa è una crisi d’identità (auto-collasso).”
Era una sensazione simile ad aver assunto qualcosa come un fortissimo LSD. Mi è stato detto: “È incredibile che tu ce l’abbia fatta senza farmaci.” Sì, ora mi sento molto fortunato (ride).
Al fine di accertarmi se avessi voluto morire oppure no, sono salito sul tetto di questo edificio (lo Studio GAiNAX) e ho sporto un piede oltre il bordo, in attesa di perdere l’equilibrio e cadere in avanti. L’ho fatto per capire personalmente se avessi voluto vivere o morire.
[Ho pensato:] “Se davvero voglio morire, dovrei morire qui, se non voglio morire, allora farò un passo indietro”. Bene, alla fine non sono andato incontro alla morte, e così eccomi qui.

(NdNevicata: come già specificato in precedenza, per rintracciare nel testo in inglese il passo in questione vi forniamo il seguente riferimento: After the television broadcast finished)

Il continente a cui arrivare, attraversando l’oceano da un’isoletta all’altra, è quello della realtà, dove dedicarsi con impegno a obiettivi concreti, anche se magari ci saranno difficoltà. Il gioco vale la candela? Hideaki Anno con Evangelion ci dice di sì, la vita è una possibilità unica da non consumare in panchina, da osservatori, in attesa della morte. Non si può essere pronti a priori, e inoltre il senso della vita, o perlomeno quello della propria vita, lo si comprende solo vivendo.

Finale del film The End of Evangelion

In The End of Evangelion le cose sono un po’ più strutturate.
Shinji emerge dal mare e arriva in una spiaggia dove costruisce delle tombe commemorative per le persone scomparse; in particolare vediamo la tomba di Misato con la croce incastonata. Evidentemente dopo il ritorno di Shinji e la costruzione delle tombe è trascorso del tempo e vediamo infatti una lapide spezzata; è quella di Asuka, che ritroviamo nella spiaggia sdraiata di fianco al ragazzo.

“One more final: I need you”

La seguente considerazione di Hideaki Anno riguardante il finale della serie TV mi pare piuttosto adatta anche per il film e si ricollega alla questione dei conflitti e dell’avvicinarsi a comprendere le persone per ciò che sono:

All’ultimo momento ho pensato di fare una storia nella storia, come uno spettacolo teatrale [è da notare il legame con la scena del palcoscenico negli episodi 25 e 26 TV].
Shinji vede le altre persone e le osserva non solo in superficie, ma anche nel loro passato. Non importa che persona sia, ognuno ha i propri lati oscuri.
Ma credo che quando si ha un rapporto con le persone, soprattutto quando vogliamo evitare che queste provino antipatia nei nostri confronti, ci si impegni a fare tutto il possibile per evitare di mostrare loro i nostri lati sporchi, per tentare di mostrare loro solo i nostri lati buoni.
Solo dopo aver visto sia il lato buono che cattivo di una persona, la si riesce a trattare come un individuo indipendente.
[…]
Questa è la teoria della madre buona e della madre cattiva del dottor Freud, presente nella fase orale del modello dello sviluppo psicosessuale.
In breve, la madre ti proteggerà in modo incondizionato, ma contemporaneamente ti limiterà – questa parte la si potrebbe chiamare “cattiva”. Inoltre, la madre non può essere di buon umore ogni giorno. Per esempio, quando piangi, se tua madre è di buon umore, allora lei ti conforterà dicendoti “Bravo bambino, bravo bambino, non piangere”, ma se lei è di cattivo umore, si irriterà e ti sgriderà. Dalla prospettiva del bambino, queste due [versioni di] madri non vengono percepite come [facenti capo a] una stessa persona, che perciò viene suddivisa in una “madre buona” e in una “madre cattiva”.
Solo quando si riconosce che due personalità possono essere presenti all’interno di una singola persona, allora si è in grado di vedere veramente l’altro individuo per quello che è [nella sua completezza, NdSimone].
Questo è ciò che avevo intenzione di esprimere.

In termini psicoanalitici si parla di scissione, ovvero un meccanismo di difesa primitivo per cui l’individuo scinde in entità separate le contraddizioni che convivono contemporaneamente in sé o nelle persone con cui si relaziona (i lati “buoni” e quelli “cattivi”). Si noti che il termine scissione è presente anche nella serie TV, precisamente nel titolo dell’episodio 16, Splitting of the Breast (Scissione del seno), probabilmente una strizzata d’occhio alla teoria del seno buono e seno cattivo della psicoanalista Melanie Klein.

La spiaggia al di là della fine del mondo – I need you

Prima di fare alcune considerazioni riguardo la scena sulla spiaggia riportiamo due interessanti dichiarazioni di Yuko Miyamura e Megumi Ogata:

Secondo Miyamura Yuko (宮村優子), doppiatrice di Asuka, in origine sul copione era scritto: “Non ho proprio intenzione di farmi uccidere da uno come te!” (「あんたなんかに殺されるのはまっぴらよ」). Ma quando si arrivò a fare il doppiaggio, Miyamura si sentiva in difficoltà, e l’OK stentava ad arrivare. Allora Anno Hideaki, il regista, le si avvicinò e le disse: “Miyamura, prova a immaginarti di star dormendo sul tuo letto, e che uno sconosciuto sia penetrato nella tua stanza. Tu stai dormendo, e lui potrebbe violentarti in qualunque momento. Però non lo fa, e invece comincia a masturbarsi guardandoti […]. Allora tu ti svegli, e ti accorgi di quel che ha fatto. Cosa credi che diresti in quel momento?”. Miyamura, pur considerando strane le parole del regista, rispose: “Direi ‘Che schifo!’”. E cosí questa fu scelta come l’ultima battuta di Asuka per il finale del film.
Inoltre, stando a Ogata Megumi, la scena della ragazza che, strangolata dal ragazzo, gli accarezza una guancia, è un fatto realmente accaduto a una conoscente di Anno. Pare che nel momento in cui stava per essere veramente uccisa, la donna provò l’inspiegabile e irresistibile desiderio di accarezzare l’uomo. Ma non appena la forza con cui lui le stringeva il collo si dileguò, lei riacquisto immediatamente la sua freddezza, e le uscirono di bocca le succitate parole: “Non ho proprio intenzione di farmi uccidere da uno come te!”.

Torniamo ora alla scena sulla spiaggia e partiamo dal gesto inconsulto di Shinji.
In primo luogo ricordiamo che la differenza simbolica tra Rei e Asuka è che nel relazionarsi con la prima Shinji trova conforto a tutti i livelli, ovvero trova un’accettazione incondizionata simile a quella di una madre, mentre con la seconda trova sia il conforto che il conflitto.
In secondo luogo ricordiamo che durante il film Shinji ha sempre ricevuto -sia nella sua immaginazione che, forse, per contatto diretto all’interno del Perfezionamento- risposte negative da Asuka.
Nonostante Shinji abbia fermato il Perfezionamento, rifiutando la benevolenza estesa a livello planetario e accettando la realtà e le persone nella loro complessità, tra gioie e sofferenze, dal punto di vista pratico non è ancora in grado di reggere il peso di questo concetto teorico.
Dunque possiamo pensare che lo strangolamento di Asuka da parte di Shinji da una parte sia atto a voler cancellare i succitati due lati in contraddizione tra loro, dall’altra sia come una sorta di punizione per tutte le risposte negative ricevute dalla ragazza durante il film.

Shinji rifiuta il Perfezionamento perché sul piano mentale comprende e accetta il fatto che non può chiedere dipendenza e non può rinchiudersi in un mondo senza gli altri, tuttavia essendo timido, incerto e insicuro nella realtà ha comunque difficoltà a livello pratico; viceversa Asuka risolve il trauma dell’abbandono in modo pragmatico aprendo il proprio cuore alla madre e vedendo che così facendo non si muore, e quindi essendo più estroversa di Shinji riesce a oltrepassare quel terrore degli altri con una carezza.
Come già detto nel film Asuka simboleggia sia “l’essere umano altro” che la ragazza con cui Shinji potrebbe stringere un potenziale legame d’amore, e ora poiché lui ha fermato il Perfezionamento riuscendo a rifiutare l’unificazione, lei riconosce questo atto e avendo compreso il senso dell’A.T. Field riesce ad accarezzare il ragazzo, accogliendolo ed esternandogli i propri sentimenti. La carezza di Asuka mostra dunque il suo interesse verso Shinji, dandogli un reale esempio di dolcezza nei suoi confronti non ambiguo, cosa che in tutta la serie e nel film non era mai accaduta.

Il pianto di Shinji che scaturisce dopo la carezza da una parte potrebbe essere inteso come un pianto liberatorio per il dolce gesto di Asuka, dall’altra potrebbe essere inteso nel senso che Shinji non è ancora in grado di dare a sua volta una carezza alla ragazza, ovvero non è ancora in grado di comunicare nella realtà.
Dunque una metafora per quei fan che non avevano accettato il finale TV, nonché un ulteriore modo per sottolineare le difficoltà di comunicazione degli otaku: magari a loro piace una ragazza ma da una parte sono timidi, ipersensibili, incerti, insicuri e impacciati, dall’altra rifiutano le sfumature di conflitto tra benevolenza e aggressività all’interno di una stessa persona, e quindi hanno difficoltà ad avvicinarsi davvero agli altri.

In tal senso lo strangolamento e le lacrime si ergono a simbolo di incomunicabilità nelle diversità, mentre la carezza si erge a simbolo di comunicazione nelle diversità.

Al contempo, come riportato nell’intervista, Asuka in prima battuta doveva concludere dicendo “Non ho proprio intenzione di farmi uccidere da uno come te!” – ovvero doveva esternare con quell’impulsività che la contraddistingue una necessità di autonomia e di indipendenza. Nella versione finale Asuka esprime invece repulsione mormorando 「気持ち悪い」 (“Kimochi warui”), “Che schifo”, battuta che lascia trapelare un senso di disgusto per un’esistenza che, a causa della separazione fisica e psicologica, è caratterizzata da uno stato di cose dove pluralità e diversità sono necessarie per avere un’immagine di sé. Il conflitto tra la propria singolarità intesa come autonomia assoluta e la sofferenza causata della necessità di dipendere dall’ambiente in varie gradazioni, pena il venir meno della percezione di sé, costituisce una porzione del nucleo contenutistico della frase pronunciata dalla ragazza. La carezza e l’esternazione di Asuka, che sia la frase sul non farsi uccidere o il “Che schifo”, rappresentano dunque le due facce di una stessa medaglia, cioè la dicotomia tra l’accettazione dell’interdipendenza e la repulsione della stessa a molteplici livelli, dalla definizione dell’identità alle relazioni con gli altri individui.
Detto ciò, sorge un dubbio: poiché nella prima parte del film Asuka ha compreso e accettato il senso dell’A.T. Field, per quale motivo nel finale dovrebbe tornare a esplicitare nuovamente un amore/fastidio per l’interdipendenza che contraddistingue l’esistenza? Non era tutto risolto? Sì e no. Molto probabilmente la ragazza ha accettato l’esistenza nella sua globalità, ed è a livello locale che manifesta il proprio fastidio per la situazione in corso. Nella scena sulla spiaggia Asuka non accarezza l’esistenza, bensì accarezza Shinji, analogamente la sua battuta finale non è rivolta all’esistenza ma al protagonista: “Tu che ti sei masturbato su di me, tu che mi hai lasciato combattere da sola, tu che hai cercato di uccidermi, tu che provato a unirti a me attraverso un sotterfugio, ti accarezzo perché alla fine hai scelto la vita, permettendo a me e a tutti gli altri di tornare a vivere, però mi fai schifo perché hai tentato di strangolarmi e ti sei messo a piangere su di me, anziché darmi una carezza”. In quest’ottica la dicotomia espressa più che avere forma esistenzialistica globale assume una forma personale, locale e temporale.
Inoltre poiché Shinji riveste i panni dell’otaku è chiaro che la carezza e la battuta di Asuka sfondano la quarta parete per imboccare lo spettatore con un cucchiaio di miele e con uno di fiele, in modo tale da lasciargli un retrogusto dolceamaro in bocca che gli nega il contentino.
La contemporanea presenza dei due atti contraddittori ci porta a capire che la gentilezza e l’aggressività, e in generale la comprensione e la repulsione, sono parti integranti della vita di tutti gli esseri umani, ma soprattutto sono presenti in ogni momento locale della vita quotidiana, cosa che, come esplicitato nell’intervista in cui fa rifermento al seno buono e a quello cattivo, Hideaki Anno voleva assolutamente mostrare al pubblico. Se la persona dinnanzi a noi è di buon umore sorriderà, altrimenti potrebbe rispondere in modo seccato. Ma è solo una cosa locale, circoscritta nel tempo. Eternare la sofferenza è tanto sbagliato quanto eternare la felicità, non sono altro che istantanee locali, ombre e bagliori circoscritti nel tempo. Questo è quello che secondo me Anno ha voluto rappresentare con l’enigmatica scena finale del film.

Fotogrammi tratti dal finale di The End of Evangelion: strangolamento, carezza, lacrime, spiaggia

Volendo inoltre vedere nel rapporto tra Shinji e Asuka il potenziale per uno sviluppo di coppia, direi che Evangelion suggerisce che amare realmente una persona significa non solo riconoscere come un unicum le sue sfaccettature senza attuare una scissione che faccia apprezzare solo i lati piacevoli, ma al contempo significa impegnarsi nel comprendere l’altro per conoscerlo sempre meglio, per aiutarlo a essere se stesso nel suo essere in divenire, realizzando un rapporto interpersonale fondato sulla libertà, la conoscenza e la responsabilità di prendersi reciprocamente cura dell’altro e del rapporto, con consapevolezza del mondo circostante.
In sintesi da un lato si evidenzia che le persone e i rapporti umani non si devono idealizzare, mentre dall’altro lato si indica che si deve passare da una forma d’amore passivo a una forma d’amore attivo.
Il Take care/prendersi cura di Evangelion è, come già detto, rivolto allo spettatore affinché egli si prenda cura di sé e degli altri, quelle persone così terrorizzanti perché estranee ma così necessarie – I need you – sia per imparare meglio a capire se stessi nel mondo mediante il confronto sia per poter dare con responsabilità amicizia e amore. Interdipendenza: senza il mondo esterno, senza impegno e senza fatica non si può dare amore, non si può rendere felice nessuno, non ci si può impegnare per proteggere il sorriso di nessuno.

Poiché amo molto il libro de Il Piccolo Principe scritto da Antoine de Saint-Exupéry, non posso fare altro che citarlo in questo articolo e in questo contesto in cui abbiamo visto l’importanza della responsabilità nei legami e nei sentimenti, contro il nichilismo, la disillusione, il disfattismo e l’individualismo postmoderni:

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa….” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

Se nell’universo alternativo del finale TV Shinji si era risolto e sapeva comunicare normalmente, in The End of Evangelion non sembra ancora in grado di farlo.
Shinji non è estroverso e impulsivo come Asuka, è molto più timido e inoltre il suo personaggio raccoglie in sé alcune sfumature dell’otaku e dell’hikikomori, pur non appartenendo in ultima istanza a nessuna delle due categorie all’interno della finzione narrativa. Lo scenario alternativo mostrato nel finale TV era forse troppo ottimistico, lasciando quasi intendere che il cambiamento nella realtà si potesse attuare in modo semplice e rapido, tuttavia non è così.
Vedendo le cose in questi termini possiamo dire che, come preannunciato, dal punto di vista simbolico il finale TV e il finale del film siano due facce della stessa medaglia, rappresentando rispettivamente il lato teorico (il concetto mentale) e il lato pratico (l’azione nella realtà) del contenuto di Evangelion. Dunque lo strangolamento e le lacrime si possono anche intendere come una metafora atta a rappresentare la difficoltà di passare dalla teoria alla pratica, che ci porta nuovamente al fatto che Evangelion non è una soluzione ma è solo una scossa per scuotere lo spettatore.
In altre parole Hideaki Anno tenta di mostrare il divario esistente tra il “dire” e il “fare”, sia rappresentando ciò all’interno della narrazione sia cercando di far passare questo concetto nel mondo dello spettatore, al di là della quarta parete.
Non si cambia dall’oggi al domani, ma non si può imparare a stare nella realtà se non vivendo attivamente in essa. Non ci sono altri metodi o scorciatoie. Questo è quello che Evangelion cerca in tutti i modi di dire.
Tale discorso si ricollega alla questione della percezione dei contenuti e del loro peso a livello cognitivo, sensoriale, emotivo e razionale nella mente del fruitore passando dalla finzione alla realtà; infatti come abbiamo visto Anno ha affermato che sarebbe stato felice di spiegare il suo pensiero anche a voce, facendo dunque un finale TV ancora più scevro da sovrastrutture grafiche, per esempio possiamo immaginare il regista seduto su una sedia che parla a una telecamera per l’intera durata dell’episodio 26.
In definitiva il tentativo di Anno con Evangelion è stato quello di cercare di far arrivare una scossa dalla finzione alla realtà, cercando di renderla il più possibile vivida e sensibile nella percezione dello spettatore, oltrepassando i vari strati che filtrano il contenuto tra le due dimensioni, come se fossero dei veli disposti in un lungo corridoio che collega tra loro due stanze, per l’appunto quella della finzione e quella della realtà.

Finale del manga

Nel finale del manga scopriamo che dopo il Third Impact la vita è rinata, forse nei millenni, partendo dalle piante, passando poi gli animali e arrivando infine agli esseri umani [come in Ideon, insomma]. L’anima di Shinji e quelle degli esseri umani si reincarnano, e alla fine vediamo Shinji sul treno proprio come nel prologo del primo volume.
Questo “Shinji 2” non ricorda la sua vita passata come “Shinji 1”, non sa nulla degli Eva o del Third Impact, e non è maturato a seguito degli eventi vissuti nella sua vita passata, tant’è che infatti vediamo che sul treno ha gli stessi dubbi che aveva all’inizio della storia:

Cosa farò del mio futuro? Non ho mai avuto ne sogni ne aspirazioni…

Tuttavia proprio come Shinji 1 ha compiuto il suo percorso di crescita durante i 14 volumi della storia culminando nella maturazione di fermare il Perfezionamento, possiamo immaginare che anche Shinji 2 nella sua realtà abbia compiuto un percorso che lo ha portato a maturare, fino a fargli raggiungere la stessa consapevolezza di Shinji 1, ovvero:

Anche se non ho mai cercato la speranza, non significa che questa non esista…

Nel capitolo finale nevica, l’eterna estate si è conclusa, la moratoria psicosociale è stata interrotta.
Shinji si reca in città per tentare l’ammissione al liceo e si ritrova ad aiutare una ragazza a uscire dalla metropolitana strapiena: è Asuka! Dopo un’iniziale sensazione di deja-vu da parte di Shinji, Asuka prorompe in una delle sue battute, poi ringrazia sorridente e se ne va. Sembra che anche lei in questo mondo sia risolta con se stessa.

A questo punto poniamo brevemente l’attenzione sulla coppia Shinji-Asuka: nell’universo alternativo del finale TV si ha la scenetta da commedia con il battibecco scolastico, nel film si ha il rapporto tra desiderio e repulsione che culmina in un finale di comunicazione distorta, e infine nel manga si ha un semplice incontro alla stazione con uno scambio di battute.

La potenziale coppia tra Shinji e Asuka rimane dietro le quinte e non ci viene mostrato cosa accadrà. Sta agli spettatori intraprendere relazioni nel mondo reale.

Notiamo che nei vari finali non solo non ci viene mostrata la coppia realizzata ma nemmeno vediamo i due ragazzi in una fase avanzata di “proviamo a conoscerci”, indice del fatto che evidentemente non era questo il punto più urgente da sottolineare. D’altronde un finale chiuso con la coppia avrebbe sortito nello spettatore una sorta di piccola catarsi, cosa che non doveva in alcun modo accadere. C’è anche da dire che nella seconda parte della serie il rapporto tra Shinji e Asuka è talmente tanto viziato dal crescendo degli psicodrammi interni dei due personaggi, che non si può nemmeno dire in modo definitivo quanto, a livello di finzione narrativa, il loro interesse reciproco fosse sincero e non “malato”, cioè frutto del loro status interiore distorto. In sostanza l’unica cosa oggettiva è che non ci è dato sapere come evolverà il rapporto tra i due personaggi.
Cosa accadrà dal finale in poi non lo sappiamo, quindi possiamo dire che Evangelion si conclude a monte del vero e proprio processo di conoscenza vicendevole approfondito, e sfrutta Shinji e Asuka soprattutto come simboli per mostrare che nei rapporti tra persone oltre alla benevolenza c’è anche il conflitto e che la vita del singolo nella società è sempre caratterizzata da un incontro/scontro con l’Altro e con l’ambiente.
Se vogliamo speculare possiamo dire che i due personaggi, così come in generale due persone reali, potranno diventare una coppia per creare una condivisione più profonda se nel processo di conoscenza reciproca si viene a generare un reale desiderio e una reale volontà di conoscersi a vicenda, se scoprono effettivamente di essere interessati all’altro, se c’è empatia tra loro, se c’è voglia di crescere vicendevolmente e di prendersi cura l’una dell’altro, nonostante tutte le difficoltà del caso, come incomprensioni, litigi e quant’altro, altrimenti potrebbero diventare amici o rimanere solo conoscenti e ciascuno potrà trovare un proprio partner con cui condividere la vita.
Quindi sebbene Evangelion insista molto sull’importanza della comunicazione, del rapporto interpersonale e delle relazioni, tutta questa parte rimane fuori scena, va oltre il finale, come per dire allo spettatore che ciò spetta a lui; per questo motivo ha senso non mostrare come evolverà il rapporto tra Shinji e Asuka, ciò che è fondamentale è essere giunti al punto che nei personaggi e nei fruitori di Evangelion sia stato innestato il desiderio di tornare nella realtà per incontrare e amare se stessi, gli altri e il mondo. Dunque l’opera si conclude mostrando allo spettatore solo il primo dei passi necessari per orientarsi in tale direzione, e questo è definito dall’importanza di risolvere i propri traumi interiori, cosa che non è “ora e per sempre”, ma è un processo di confronto, di comprensione e di crescita, interno ed esterno, in divenire: ciò che è fondamentale è imparare a rialzarsi per continuare il cammino.

Tornando alla conclusione del manga, in definitiva Sadamoto ha fatto rispondere Shinji alle due domande che si era posto:
Sentiva davvero la necessità di proteggere quel mondo? Sì, perché per provare emozioni come la gioia, per conoscere se stessi, per stringere legami con le persone e così via è necessario il mondo, con la sofferenza e la presenza degli altri.
Cosa farà da grande? Non lo sa ancora, però inizierà a camminare sulle proprie gambe, un passo dopo l’altro… Ma questa come si dice “è un’altra storia”, un meta-testo rivolto al lettore.

La strada da intraprendere con le proprie gambe – Il finale del manga

Infine Shinji volge uno sguardo fiducioso all’orizzonte, pronto per intraprendere il proprio viaggio nella vita:

Sì… facciamo del nostro meglio. La strada da percorrere la cercherò con le mie gambe. Può darsi che sia una strada piena di dossi e di curve… e forse ci saranno giorni in cui la pioggia mi sferzerà… il vento mi avvolgerà, e mi sentirò infreddolito. Però… sono certo che il Sole illuminerà la mia destinazione. Il mio futuro si espande all’infinito.

Conclusioni

Siamo infine giunti al termine di questo viaggio insieme nel mondo di Evangelion.
Ho cercato di non esagerare con i giudizi di valore e i pareri personali (seppur inevitabilmente presenti, in quanto interpretazione personale) per provare a far parlare l’opera riportando interviste, opinioni dello staff e documentazioni varie. Non dico di esserci riuscito, anche perché molte cose non le ho scritte per questioni di tempo e impegno, e altre perché sicuramente mi sono sfuggite o non ne sono a conoscenza, però mi auguro che questo progetto sia stato, anche solo in minima parte, interessante e appassionante per voi.

A questo punto desidero ringraziare lo staff di Distopia, in particolare Filippo, per l’opportunità, per la fiducia, per il grandissimo lavoro svolto in fase di editing (in particolare per la traduzione di molte delle interviste proposte), e per le innumerevoli discussioni, anche su questioni al di fuori di Evangelion.
Inoltre vorrei ringraziare gli svariati siti, sia stranieri che italiani, da cui ho potuto prendere spunti e materiali citati lungo tutto il progetto; ringrazio Gualtiero Cannarsi, Garion-Oh e Berserkelion per alcuni importanti scambi d’opinione e tutti i lettori che hanno seguito questo viaggio, chi solo leggendo, chi lasciando anche un proprio commento a riguardo.
Infine ringrazio la GAiNAX, anche se non leggeranno mai tutto ciò, per aver creato Neon Genesis Evangelion, un’opera che mi ha dato davvero molto. Grazie a Hideaki Anno, a Yoshiyuki Sadamoto e a tutti i vari collaboratori.

Congratulazioni.

Simone

This time is like no other for us in living memory (long may it last)
Breathe the air, take in the feeling of peace and harmony
freedom can fly close to the sky.
Now we can shine. Peace in time, we’ve never had it so good
Through sacrifice children can play without a care (now that we know)
all is safe, learn from the past through knowledge we can share
all of the good, all of the time.
Spirits is high. Peace in time, we’ve never had it so good (it so good)

おわり

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Info su Simone

Appassionato di Studio Ghibli ed Evangelion, rimane colpito dall'episodio 26 di quest'ultimo che va a sfondare la quarta parete come un tornado. Omedetou!
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2 risposte a Evangelion: Finale (2/2)

  1. Ale scrive:

    Ancora complimenti per questo articolo che, come mi potevo immaginare, mi avrebbe in qualche modo commosso. E così è stato.
    Voglio strutturare questo commento in modo da iniziare con considerazioni personali, per quanto comunque attinenti all’articolo e alle tematiche, per poi andare a disquisire di aspetti più strettamente legati all’opera in questione.
    Parto quindi dalla lettera del ragazzino che, in qualche modo commosso, ma sicuramente colpito da Eva, ringrazia Anno.
    La mia avventura con Eva iniziò quando esso stesso venne proposto in Italia per la prima volta da MTV. Ma non dall’inizio, bensì dagli ultimi due episodi. Seppi della loro esistenza una sera nella pubblicità tra gli anime dell’epoca (Inuyasha, Slam Dunk o Trigun, qualcuno di questi). Preparai quindi il registratore VHS per registrare la 25esima puntata di ciò che sarebbe diventata la mia droga.
    Ho iniziato dalla fine, e l’ho amato.
    Comprendo quindi tutti coloro che amano gli episodi TV e in qualche modo li “apprezzano” (passatemi il termine) di più di EoE come potenza psico-filosofica.
    Se mi sono affascinato alla psicologia e alla filosofia, lo devo proprio a Eva. Ricordo ancora che il sentir pronunciare da Rei (mio personaggio preferito proprio perchè oscuro, nel senso di poco manifesto) la frase “Malinconia nei giorni di pioggia” e le conseguenti riflessioni, mi fecero soffermare e riflettere. Tanto che, nel tema a scuola (parlo delle medie, forse la seconda media, chi ricorda più), toccai questo argomento, così come la molteplicità dell’essere e le sue percezioni. Pur non avendo mai letto Pirandello nemmeno io, almeno all’epoca, formulai un pensiero che misi per iscritto poi a casa, che a riguardarlo è molto simile al concetto proprio di “Uno, nessuno e centomila”.
    Quindi sì, Anno probabilmente non ha mai sentito nominare Pirandello, ma la loro visione è ciò che li accomuna.
    Evangelion non è un’opera come le altre, perchè tocca dentro.
    Ho sentito dire che di storie come Eva, nel mondo anime, ce ne sono tante e quindi, in sè, non è una novità. Forse è vero, ma credo sia il primo che cerca di destrutturalizzare la realtà per poi ricostruirla secondo un filo logico.
    Amo Eva perchè mi ha fatto amare la riflessione, la psicologia, la filosofia e tutto quanto.
    Sarà banale che tutto si poggi su di un’anime, un cartone, ma è così. Forse ci sarei arrivato lo stesso, o forse no, non lo so. Ma mi sento di voler dire lo stesso grazie ad Anno per questo.

    Mettendo da parte i sentimentalismi, vorrei ora rivolgermi a questioni più attinenti all’opera in sè.
    In primo luogo, il destino di Asuka durante il perfezionamento, contrapponendo ciò che, chiaramente, ci viene detto nel manga e ciò che viene omesso in EoE.
    Secondo me Asuka, in EoE, semplicemente muore. Dico “semplicemente” perchè non c’è un espediente narrativo fruibile, nell’anime.
    Infatti, è più facile comprendere il perchè Asuka si dissolva in LCL dopo aver visto Kaji, che non spiegarsi il perchè di qualsiasi cosa succeda a lei in EoE.
    Ciò deriva dal fatto che nel manga, come già sottolineato, la figura di Asuka viene meno sviluppata e ricopre un ruolo “minore” rispetto a quanto avviene nell’anime. Vederla tramutarsi in LCL dopo aver visto Kaji, non mi ha stupito. Ricalca quell’alone di frivolezza che Sadamoto, a mio avviso, ha voluto affibbiarle. Sempre che il termine “frivolezza” ci stia. Mi pare sia, molto alla lontana in verità, come Rei per Anno: c’è, ma non è così importante da giustificare ogni suo passo.
    O perlomeno, a fronte di come abbiamo conosciuto Asuka nell’anime, il fatto che lei veda come ultima immagine Kaji, un suo capriccio in fondo, la “ridicolizza”. Freudianamente potremmo anche dire che Kaji, per lei, è il padre che non ha mai avuto e, quindi, l’uomo addosso al quale riversa la sua femminilità, le sue tecniche di seduzione, al fine di essere accettata come essere umano di sesso femminile.
    Questo però un po’ cozza con la ferma volontà di Asuka di ripudiare la sua condizione di donna, quindi attraverso il ripudio delle mestruazioni e quindi una gravidanza che, come già detto, avrebbe potuto avvicinarla alla madre.
    Probabilmente, però, questo ripudio di se stessa in quanto donna cessa quando lei stessa apre il suo animo all’interno dell’Eva in fondo al lago in EoE, accettando, di fatto, la figura della madre in tutta la sua totalità.
    Ma perchè quindi Asuka “muore” in EoE? Perchè, a ben vedere, è l’unica che ritorna dopo il perfezionamento. L’unica che, nonostante le parole di Yui, afferma così tanto la vita attraverso la propria volontà da recuperare la propria forma umana.
    Nel manga rinascono tutti, sotto forma di realtà parallela. In EoE, invece, ritroviamo solamente Shinji e Asuka come ipostasi del genere umano. E forse proprio la frase di Asuka “kimochi warui” sottolinea con la sua solita punta di cinismo e irriverenza il fatto che tocca a lei e a Stupishinji ricreare il genere umano. Chissà.
    Pertanto, morendo prima della comparsa delle Rei quantiche (delle quali vorrei parlare a breve) si evita di mettere in dubbio il fatto che lei possa non optare per la netta e ferma affermazione (gioco di parole) di sè. In più è proprio Maya che vede la fine dell’Eva-02 e del pilota, quindi è proprio possibile che Asuka muoia a causa delle ferite riportate, dal momento che le lance di Longinus, per quanto mere copie, sono ciò che rendono possibile il dolore permanente anche al pilota.
    Per quanto riguarda le Rei quantiche: appaiono solo al momento del perfezionamento, per quanto ci siano almeno altri due casi (a mia memoria) in cui non ci si spiega la sua comparsa. Ossia nel primo episodio e quando compare a Ritsuko dopo che Gendo si è sbarazzato di lei.
    Tralasciando questi due aspetti, le Rei quantiche appaiono quando ormai la vera Rei è “fusa” con Lilith. O meglio, è tornata a Lilith. E Rei non è mai stata altro che un contenitore dell’anima di Lilith, come già affermato nelle relazioni Kaworu&Rei, per cui oramai anche rei è una divinità, in qualche modo. Sperando di non cadere nella blasfemia, è come se la sua “immagine” fosse una sorta di “spirito santo”, un vento che riporta le anime al loro luogo di appartenenza.
    lo, pertanto, sostengo in buona parte quanto affermato nel post “Lo strano caso delle Rei quantiche” del Magio Caska su dummysystem. Perlomeno, sono convinto che le Rei visibili durante il perfezionamento siano frutto di divineggiamenti vari da parte di Rei|Lilith.
    Con buona pace per me, per quanto non dimostri alcunchè, ma tant’è.
    In qualche modo sfruttando le “divergenze” sulle Rei quantiche, vorrei fare una piccola considerazione su Gendo e la sua fine durante il perfezionamento. Finisce mangiato da Yui, nelle vesti di uno 01 di dubbia “integrità”. E il suo significato? Delle due versioni che proponi, la seconda è la più bella freudianamente parlando, mentre la prima si avvicina maggiormente alla mia visione.
    Il “trapasso” dei personaggi di Eva durante il perfezionamento prevede, per molti di loro, che le Rei quantiche si trasformino nell’oggetto del loro desiderio: per Maya è l’adorazione della Senpai, per Hyuga è Misato, per Fuyutsuki è Yui.
    Per Gendo dovrebbe essere Yui, eppure non è proprio così. Vedo ciò come una sorta di “ammissione” del fatto che Gendo prova in fondo odio verso se stesso e verso gli altri, dal momento che l’unico modo che ha per vivere è la tensione verso Yui.
    In questo mi viene un parallelismo con il personaggio Jean-Baptiste Grenouille de “Il Profumo” di Patrick Süskind. In entrambi i casi i due personaggi vengono divorati da quello che era il loro oggetto del desiderio, per quanto ormai con loro completa disillusione. Per motivi diversi, ovviamente.
    Vedo Gendo allo stesso modo: un uomo che ha sempre desiderato ricongiungersi con Yui, ma alla fine capisce di aver sbagliato l’impostazione della sua vita. Un po’ come se fosse il pentimento, attraverso il quale accetta il “prezzo da pagare” per non aver voluto comprendere l’animo umano, almeno nelle vesti di quello del figlio.
    E quindi lui “lascia che sia”, dove ciò non può essere un’illusione piacevole come per gli altri sopracitati personaggi.
    Forse sogno un po’ troppo, lo ammetto..! ;)
    Un’ultima cosa, una puntualizzazione: nell’impossibilità di agire che riconoscono Kierkegaard e Sartre, nella loro antinomia insolubile (come direbbe Kant), Sartre è l’unico che riesce a trovare una soluzione “attiva”.
    Perchè quella di Kierkegaard non è attiva, ma bensì passiva. La soluzione proposta, infatti, è un “cieco salto nella fede”, nel quale il fedele si avvede delle sue imperfezioni, della sua incompletezza e lascia che sia la fede a riempire per lui tutte le mancanze. L’uomo ammette di essere inferiore e demanda tutto alla divinità. Sempre non volendo essere irrispettosi, è come Shinji quando decidere di salire a bordo dell’Eva solo perchè gli altri glielo dicono: lui non compie una scelta, si abbandona a qualcosa più grande di lui e lo accetta.
    Per Kierkegaard stesso, l’ammissione di questa inferiorità è deplorevole, ma l’abbandono nella fede è la via più alta di riscatto.
    Shinji, dal mio punto di vista, parte da un atteggiamento più o meno nichilista, in realtà abulico, nel quale, come Kierkegaard, accetta una “verità” esterna, per poi alla fine evolvere e risolvere il suo dilemma interiore come propone Sartre.

    In tutto questo, ancora complimenti per tutti gli articoli, spero ci possa essere ancora modo di leggerti e discutere tutti insieme.
    Ciò che mi ha colpito e apprezzo maggiormente, riprendo, è il taglio socio-culturale e psicologico che sei riuscito a dare a tutta questa tua trattazione.
    Perchè per me Eva è soprattutto questo: un’analisi psicologica profonda, dalla quale tutti dovremmo imparare qualcosa.

    • Simone scrive:

      Ciao Ale, ti ringrazio per l’apprezzamento e per il commento! :-)
      Riguardo le osservazioni che proponi, provo a risponderti per punti (ovviamente sempre per parere personale):

      1) Asuka
      Per la fine di Asuka nel film, l’ipotesi che avanzi è possibile ma è solo una delle varie opzioni, per questo ho preferito non sbilanciarmi indicando l’una o l’altra possibilità, in modo da evitare troppe speculazioni. :-) Secondo me ciò che è importante non è tanto che fine faccia Asuka, che si sia dissolta, che sia morta o altro, ma il suo ruolo nel film: rifiutare di continuo Shinji, che sia solo nella mente del ragazzo o che sia dal vivo.

      2) Rei
      Ho scelto di non proporre una spiegazione “fisica” del fenomeno per focalizzare anche qui l’attenzione sul ruolo simbolico: Rei evanescenti come speranze che aprono il cuore dei Lilim. Comunque condivido l’idea che siano associate allo status divino e all’Anti-A.T. Field.

      3) Gendo
      Mi piace molto la tua interpretazione.
      L’interpretazione fatta con il Complesso di Edipo è legata più a un piano simbolico, mentre la tua mi sembra legata più a un piano narrativo, il che secondo me funziona bene se pensiamo che spesso in Evangelion le scene hanno interpretazioni su più piani.

      Infine ti ringrazio per la puntualizzazione filosofica. Nell’articolo ho preferito non esplicitare oltremodo la “questione Kierkgaard vs. Sartre”, ma comunque ho posto l’accento sul concetto di responsabilità per Sartre, avvicinandolo alla scelta di Shinji.

      Ti ringrazio ancora, un saluto! :-)

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