Neon Genesis Evangelion e l’esistenzialismo di Sartre: alla ricerca del mondo che siamo

Accostarsi a Neon Genesis Evangelion con la –senza dubbio azzardata- pretesa di coglierne la totalità argomentativa significa farsi carico di un eclettismo che permetta di avere su un’opera di tale portata una visione più vicina possibile ai trecentosessanta gradi. Ciò è implicato da quello che ritengo sia il tema fondamentale della creazione di Anno: l’esistenza umana, vera protagonista della serie.

Ecco dunque i richiami scientifici, religiosi, psicologici e filosofici, sempre pronti al mescolamento-chiave di una continua interpretazione: siffatta tracotanza è naturalmente giustificata da un’onesta lettura di tutto ciò che rappresenta l’uomo in generale. Per quanto riguarda la filosofia, una tendenza comune è il richiamo a Schopenhauer e al dilemma del porcospino che ogni estimatore di Evangelion non può non conoscere e del quale, comunque, Ritsuko Akagi fornisce una breve spiegazione nel terzo episodio della serie; è evidente come dunque la filosofia si faccia portavoce del dramma esistenziale sopra citato, percorrendo il giusto sentiero in compagnia di una psicoanalisi di impronta chiaramente freudiana.
Schopenhauer esaurisce, dunque, le pretese filosofiche di –e su- Evangelion?
A mio avviso, tale conclusione risulterebbe alquanto riduttiva.

Evangelion, infatti, è assolutamente permeabile a quanto la storia della filosofia ha saputo offrirci: un’opera umana non può infatti essere concepita senza le domande che l’umanità stessa ha sentito la necessità di porsi.

Sarebbe di conseguenza interessante notare anche i parallelismi tanto con la dialettica hegeliana quanto con il pensiero di Nietzsche, tuttavia in tale sede si è scelto di soffermarsi sui legami che Evangelion, a mio avviso, è riuscito a instaurare con chi in passato ha fatto della propria riflessione la testimonianza di un Essere tale solo se calato nel mondo, sulla scia di quanto inaugurato precedentemente da Heidegger: Jean-Paul Sartre, esempio di una concezione forgiatasi a partire da una rilettura –avvenuta intorno agli anni Trenta del XX secolo- della Fenomenologia dello spirito di Hegel più improntata sulla continua ricerca e autoricerca della Coscienza infelice piuttosto che sulla “rigidità” del sistema.
Volendo restringere l’indagine, ciò che qui verrà esaminato è precisamente la concezione sartriana del corpo, elemento imprescindibile dell’Essere se non l’Essere stesso, considerato non a caso da Sartre come l’unico «oggetto psichico».

Neon Genesis Evangelion e l’esistenzialismo di Sartre: alla ricerca del mondo che siamo

Nella seguente trattazione ci si concentrerà quindi sullo statuto ontologico del corpo così come inteso da Sartre –attraverso, ovviamente, opportune semplificazioni- nonché sul ruolo che esso gioca nell’esistenza; dopo una breve esposizione del pensiero attinente, sarà il momento di scoprire i legami con Evangelion, prima analizzando due personaggi specifici della serie e, successivamente e infine, attraverso una riflessione sull’ultima ed enigmatica scena di The End of Evangelion, non tralasciando la possibilità della libera interpretazione della quale quanto esposto non rappresenta altro se non un granello di sabbia.

Gli statuti ontologici del corpo in Sartre

Lo studio dei modi d’essere del corpo è affidato alle pagine che compongono la terza parte de L’essere e il nulla, la cui lettura è necessaria per chi vuole condividere con Sartre il viaggio verso una coscienza tale solo nel suo essere incarnata.
La definizione che Sartre concede al corpo è abbastanza criptica: esso sarebbe, infatti, «la materia traslucida della coscienza» ma anche «forma contingente che assume la necessità della mia contingenza».
Senza entrare nei dettagli di una spiegazione che in tale sede risulterebbe intrattabile, per quanto riguarda la prima definizione basti sapere che Sartre intende definire il corpo come ciò che, nel momento in cui viene “percepito”, è già stato superato. Il corpo, infatti, è lo strumento con il quale pongo un mio punto di vista sulle cose nel mondo identificandole come strumenti utilizzabili per i miei scopi, e non per una ragione utilitaristica o di sfruttamento, bensì per l’identità che il corpo, in quanto fatticità, stringe con l’azione: osservare un bicchiere sul tavolo, ad esempio, significa concepire quel bicchiere come qualcosa di afferrabile, e così via. Il mio corpo è dunque, per me, uno strumento come tutte le altre cose? Non esattamente: essendo il centro di riferimento della prospettiva che stabilisco nel mondo, esso non può essere da me afferrato, dacché inserito in un movimento che, calato nell’atto futuro, fa del corpo un passato. La seconda definizione, inoltre, stabilisce la natura necessaria del corpo nell’atto stesso della nascita che mi pone come Essere nel mondo, carattere questo, però, costituito dalla contingenza della scelta di un punto di vista.

Discorso diverso va fatto per il corpo di altri: essendo nel mondo e all’interno della mia prospettiva, può essere per me oggetto di conoscenza, riconoscendo però in esso un ulteriore centro di riferimento; non a caso, l’unico modo per “familiarizzare” con il nostro corpo è affidarci ai discorsi linguistici che gli altri effettuano sulla nostra corporeità, essendo noi stessi un oggetto per altri.
Ed ecco che entriamo nel vivo della riflessione.
Concentriamoci dunque su due aspetti fondamentali attraverso due domande:

1) Se il mio corpo risulta, per me, superato, non ne ho dunque alcuna consapevolezza?
2) Cosa vedono gli altri del mio corpo? Quali sono le conseguenze di ciò?

Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta è negativa: il corpo, infatti, è strettamente legato all’affettività, non a caso Sartre afferma che il dolore è il corpo stesso. Il dolore, però, è un’affettività qualificata: in presenza di un tipo di affettività che, invece, non lo è, il risultato è l’avvertenza dell’esistenza stessa la cui essenza, in qualche modo, “è sempre nell’aria” senza che noi riusciamo ad afferrarla. Qualcosa è presente, esiste, ma ci sfugge di continuo e tale impotenza non fa che causare in noi un senso di malessere non localizzato e di disgusto: questa «sensazione non posizionale di una contingenza incolore» prende il nome di nausea, qualcosa di cui desideriamo ardentemente disfarci.

In risposta al secondo quesito, quando gli altri fanno conoscenza del mio corpo pongono su di esso il loro punto di vista, non il mio che, d’altra parte, non può esservi: ciò significa che ciò che gli altri percepiscono di me non potrà mai da me essere afferrato, e in ciò Sartre vede la causa della timidezza quale testimonianza della consapevolezza di non essere in grado di farci un’idea di ciò che il prossimo, di noi, sta catturando. Eppure è necessario scendere a patti con una tale situazione: l’unico modo che abbiamo per conoscere da un certo punto di vista –anche se non quello desiderato- noi stessi consiste nell’affidarci letteralmente agli altri. Tale è l’esistenza; ciò significa stare al mondo e nel mondo.
Di fronte ad un simile dilemma si ritrova, senza ombra di dubbio, il protagonista di Evangelion.

Shinji Ikari e la (non) scelta di esistere

Shinji, come ben sappiamo, combatte una continua lotta tra la sua necessità di stringere un legame con il prossimo e la paura di rimanerne ferito o di, ancora peggio, ottenere solo un rifiuto: un atteggiamento simile è palese in tutta la serie e potrebbe essere considerato uno degli essenziali motori della storia, se non il più importante in assoluto nel caso di The End of Evangelion.
Perché, però, Shinji desidera così ardentemente un contatto con gli altri? Secondo quanto finora esposto, tale necessità fa parte del suo Essere o, come direbbe Heidegger –al cui pensiero Sartre è legato- del suo Esserci. Ciò non è legato alla sola fatticità corporea –si tenga a mente questo passaggio, sarà fondamentale poco più avanti- bensì alla già vista differenza tra il corpo-per-sé ed il corpo-per-altri: io non posso conoscere il mio corpo, ma gli altri sì, o meglio, possono avere su di esso un punto di vista comunicabile; di conseguenza, il legame con gli altri è indispensabile per avere almeno un’idea di noi stessi.

Shinji è alla continua ricerca di una sua identità

Shinji è alla continua ricerca di una sua identità: più di una volta si interroga sulle proprie azioni, sul loro senso nonché utilità e su quanto la sua stessa esistenza può implicare. D’altra parte, però, non riesce a fidarsi del prossimo, neanche di un semplice sorriso: la causa è da ricercare ancora una volta nel fatto che gli altri impongono su di noi uno sguardo che sappiamo non poter essere il nostro, con la conseguenza di non riuscire ad “afferrare” in maniera totale chi, circondandoci, ha la pretesa di “dire la propria” sulla nostra essenza. Shinji, infatti, si sente continuamente “scoperto” di fronte agli altri: è sempre titubante e, quando ricerca il contatto, non è esente da sensazioni come la timidezza –si pensi al legame iniziale instaurato con Kaworu Nagisa-, quella stessa timidezza che abbiamo già visto cosa rappresenta per Sartre.
Esiste un modo, dunque, per sfuggire a siffatto spiacevole inconveniente di “asservimento agli altri”? Sì: la non esistenza, ed è ciò che durante il Perfezionamento dell’Uomo Shinji prenderà in considerazione, rinunciando al proprio corpo e a quanto esso rappresenta.
Per sua fortuna, capirà infine come la formazione della propria persona e il suo Essere in generale siano possibili solo nel legame con gli altri, riscoprendo nel contatto e nella corporeità quale fatticità un’esigenza esistenziale. Tagliare qualsivoglia contatto significa letteralmente non essere nel mondo, non esistere: scelta, questa, rigettata infine da Shinji ma, tristemente ed assurdamente, abbracciata da suo padre.

Gendo Ikari e l’alienante astrazione

Abbiamo visto come il corpo-per-sé rappresenti un rapporto con il mondo nell’instaurazione di una prospettiva su di esso: ciò significa per noi essere situati e concepire siffatta situazione come sinonimo di azione, nel senso già spiegato precedentemente. Sartre identifica nella mancanza di un punto di vista una «molteplicità di relazioni reciproche» tali solo nel loro essere indefinito e caratteristica di un «mondo senza uomini» che rappresenta l’astrazione tipica della scienza: forse siffatta astrazione e un mondo così “deserto” sono le sole concezioni che per Gendo risultano plausibili e accettabili; probabilmente non è un caso che, nel dodicesimo episodio della serie, Gendo si faccia forte difensore della scienza riconoscendo in essa la vera forza dell’umanità, scontrandosi con la più umana visione di Fuyutsuki. Ciò che comunque in tale contesto interessa maggiormente è notare come Gendo abbia deciso di rinunciare totalmente all’esistenza, nonostante la scelta risulti profondamente guidata da uno specifico obiettivo che però, ancora una volta, si pone su un piano diametralmente opposto a quello concernente l’esistenziale.
Divorato da un lutto che non riesce ad elaborare, Gendo non solo si rifiuta di concedere agli altri un punto di vista su se stesso che possa essere condivisibile, bensì –e di conseguenza- rinuncia anche alla propria fatticità: è come se vivesse annegato nella nausea sartriana, divorato da quel senso di disgusto per tutto ciò che l’essere-nel-mondo implica; è innegabile che Gendo faccia di tutto uno strumento per le proprie azioni, ma è realmente lecito parlare di “azioni”, in un caso simile? Dove stanno il futuro e la progettualità, in un ancoraggio così viscerale al passato?

Gendo e Shinji davanti alla tomba di Yui

Inoltre, nell’assumere una prospettiva ciascuno di noi è comunque in grado di distinguere gli oggetti inanimati dagli altri corpi viventi, riconoscendo in questi ultimi la totalità di carne e vita e lo stato di centro di riferimento all’interno del quale siamo consapevoli di essere compresi: Gendo invece non fa alcuna distinzione di siffatto tipo, ciò che gli basta è percepire degli strumenti utilizzabili, ponendo sugli altri esseri viventi uno sguardo che li riduce a niente di più di un cadavere, quest’ultimo unico corpo-oggetto della scienza per Sartre.
Gendo percepisce la nausea dell’esistenza, avverte il disgusto e concepisce nella fuga dal mondo l’unica arma in grado di annientarne la causa primaria, ossia l’esistenza stessa; rifiuta il riconoscimento degli altri, evitando loro di assumere sulla sua corporeità uno sguardo –che simboleggi, questo, la scelta di optare per delle lenti scure per i suoi occhiali?-; non può provare la timidezza o l’imbarazzo del figlio, in quanta manca proprio la base rappresentata dal legame con il prossimo.
Se la conoscenza nonché il contatto con gli altri sono tali tramite la potenza del linguaggio, non sorprende dunque l’impossibilità da parte di Shinji di riuscire a portare avanti una conversazione –che brama ardentemente- con il padre, il più importante tra i punti di vista che potrebbe desiderare. L’unico e breve scambio di battute che assomiglia a un dialogo tra i due avviene al cimitero, davanti alla tomba di Yui, forse perché, per un breve istante, quella lapide ha riacceso in Gendo il richiamo del legame con il mondo.

«Che schifo»

Passiamo infine a un ultimo, potentissimo esempio delle implicazioni della corporeità come finora intesa: la meravigliosa nonché enigmatica ultima scena di The End of Evangelion.
Alla fine del Third Impact, Shinji ed Asuka si ritrovano uno accanto all’altra, in un mondo che, all’apparenza, sembra contemplare la loro sola esistenza tra tutte le possibilità umane. In un gesto che sa di ricordo quanto di istinto, Shinji tenta di strangolare la ragazza, per poi lasciarsi andare a un pianto sofferto dopo la reazione di Asuka; alla tenerezza di una carezza e alla parvenza di un conquistato contatto, Asuka lascia però seguire un’affermazione che mal si addice a quanto appena verificatosi, palesando un profondo disgusto con appena due parole: «Che schifo».

The End of Evangelion - One More Final

A cosa è diretto il suo schifo? Parecchie interpretazioni si sono delineate nel tempo, da un’improvvisazione da parte della doppiatrice giapponese a una versione più sintetica del rifiuto da parte di Asuka di lasciare che Shinji potesse decidere le sorti della sua vita –quest’ultima possibilità sulla scia di una precedente scelta dei dialoghi poi abbandonata-; c’è chi, addirittura, ha ipotizzato un improbabile stato di gravidanza, attribuendo il senso di disgusto alle nausee a essa correlate. Non considerando, personalmente, quest’ultimo scenario tra le chiavi di lettura accettabili, se proprio tuttavia bisogna parlare di “nausea” si potrebbe ancora una volta prendere in prestito il pensiero di Sartre: la nausea così intesa, infatti, sembra incastrarsi perfettamente nel contesto. Asuka e Shinji, alla fine della storia, sono letteralmente tornati in vita: hanno ripreso possesso del proprio corpo e, come è giusto che sia, hanno tentato il contatto che il legame con il mondo esige. Riappropriatasi dell’esistenza, Asuka dunque avverte la nausea che le compete, soprattutto in seguito alla constatazione di come Shinji stesse facendo di lei l’oggetto della sua conoscenza, il corpo-per-altri per il corpo-per-sé: la ragazza sente la necessità di palesare quell’affettività non qualificata che ben si addice, comunque, alle precedenti interpretazioni legate tanto al copione quanto al doppiaggio.
Dichiarare il proprio malessere significa riaprire il sipario sullo spettacolo della vita, accettando l’esistenza stessa nella travagliata quanto magnifica necessità di manifestarsi nel continuo scambio attivo.

Consapevole della componente soggettiva di qualsivoglia interpretazione, non credo sia stato comunque azzardato tentare un dialogo tra Neon Genesis Evangelion e il pensiero di qualcuno che ha fatto della condizione umana la parola d’ordine della propria indagine: personalmente, del resto, non sono altro che il centro di una delle possibili prospettive sul mondo. Esattamente come tutti i personaggi della mente di Hideaki Anno. Esattamente come tutti noi, in un continuo dialogo che profuma di dialettica.

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Essere umano sostanzialmente semplice: potete toglierle tutto, tranne il Libro Rosso di Jung e i dvd di Neon Genesis Evangelion.
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12 risposte a Neon Genesis Evangelion e l’esistenzialismo di Sartre: alla ricerca del mondo che siamo

  1. Simone scrive:

    Bellissimo articolo, complimenti! :-)
    La parte su Gendo è davvero ricca di osservazioni, il suo essere introverso e non timido, il simbolismo degli occhiali scuri, la scelta di inseguire la scienza asettica, e soprattutto la mancanza di progettualità a causa del nulla che lo divora dopo la morte di Yui.
    A mettersi nei suoi panni quest’ultima parte è veramente dilaniante, un uomo debole di suo che però aveva trovato un significato nel suo essere-nel-mondo, mettendo così una toppa al nulla, al caos e alla nausea esistenziale, eppure a ben vedere mancava comunque una progettualità. Sì, è vero che fanno un figlio, che progettano di salvare l’umanità dal piano della Seele, però Gendo è sempre stato uno o più gradini al di Yui e più che camminare fianco a fianco lui semplicemente la segue, un po’ come un’ombra. Infatti quando lei scompare per lui tutto crolla e smette di avere senso. Citando Heidegger Gendo non riesce a essere-per-la-morte, poiché tutto ciò che per lui aveva significato è svanito. Da una parte non riesco a biasimarlo in toto, dall’altra però il non essersi preso cura di Shinji, frutto dell’amore con Yui che Gendo avrebbe dovuto proteggere, mi fa propendere per un “giudizio” negativo. Penso di adorare il capitolo disegnato da Sadamoto nel volume 14 in cui c’è l’incontro tra Gendo e Yui. Straordinario. Tu cosa ne pensi?

    PS: dato che sono ignorante in filosofia ti vorrei chiedere se “essere situati” ha un significato particolare.

    bye :-)

    • casoniamalvi scrive:

      Grazie mille, Simone, per i tuoi complimenti: per me è sempre un piacere condividere la mia passione per Evangelion!
      Gendo è sempre stato il mio personaggio preferito, e non solo per una sana dose di fangirlismo XD, bensì proprio per il fascino che la sua caratterizzazione non abbandona mai; vederlo come il solito “silenzioso manipolatore di turno” è tristemente riduttivo, essendo, in realtà, probabilmente il più traumatizzato dei personaggi della serie.
      Il suo percorso, tristemente umano, è appunto un’alienazione dovuta al mancato raggiungimento di una propria identità: Gendo, infatti, affida letteralmente a Yui il compito di affidargli un posto nel mondo, così da sentirsi in grado di appartenere all’esistenza e, di conseguenza, di amare. Non dimentichiamoci che, all’inizio, Gendo era ben felice dell’arrivo di Shinji, tanto da averne scelto il nome e da comunicarne la nascita a Fuyutsuki con un sorriso genuino (per nulla falso, e un bel primo piano nell’episodio 21 ci mostra tutto ciò in maniera evidente: Hideaki Anno non sceglie MAI le inquadrature in maniera casuale); successivamente, invece, il figlio è per lui fonte di terrore, poiché ricordo di quello che sa dovrebbe essere il suo dovere, ossia esistere, appunto.
      Concordo con te sul volume di Sadamoto: nonostante nel manga il personaggio di Gendo non sia caratterizzato nel modo giusto (ci sono parecchie cose che non vanno per niente bene!), trovo che, invece, l’incontro finale con la moglie l’abbia abbastanza riscattato, mostrandone l’umanità che tutti cercavamo ma che in pochi abbiamo visto.

      Riguardo all’ “essere situati”, bisogna rifarsi direttamente alla nozione di “situazione”, secondo la quale l’essere si fa letteralmente sinonimo di “azione”: nel momento in cui esisto significa anche che agisco; percepire un bicchiere, ad esempio, significa coglierlo nel suo essere afferrabile ed in vista di ciò che posso fare con esso (un’altra volta, siamo calati nella progettualità). Citando Sarte, infatti: “[…] il corpo ci appare a partire dalla situazione come totalità sintetica della vita e dell’azione” . E ancora: “Il corpo d’altri, come carne, mi è immediatamente dato come centro di riferimento di una situazione che si organizza sinteticamente attorno a esso e che è inseparabile da questa situazione. […] Non vi è quindi, per esempio, corpo prima e azione poi”.
      Tutto ciò è proprio l’essenza dell’esistenzialismo, e ti sorprenderà probabilmente sapere che anche per la moderna intelligenza artificiale “l’essere situati” è, ad oggi, un punto fondamentale.

      Ti ringrazio per le tue riflessioni, mi ha fatto piacere risponderti. :)

      • Simone scrive:

        Grazie a te per l’articolo e per la risposta! :-)

        Per quanto riguarda l’essere situati ora mi è più chiaro, se non ho inteso male è un po’ come unire la res cogitans e la res extensa, pensiero-materia-azione non sono separate ma sono interdipendenti a livello complesso non riducibile. Per l’i.a. intendi forse la coscienza come proprietà emergente (emergentismo)?

        Per Gendo mi trovo d’accordo, però ora mi hai messo la pulce nell’orecchio quindi te lo chiedo: cosa trovi che non vada bene nella caratterizzazione fatta da Sadamoto?

      • casoniamalvi scrive:

        Sì, senza ombra di dubbio il dualismo cartesiano non può trovare posto in un discorso simile.

        Per quanto riguarda l’AI, in realtà intendo proprio la nozione di “agente cognitivo” quale agente “situato”, ossia che, per definizione: 1)interagisce con l’ambiente tramite percezioni e azioni; 2)ha capacità sociali; 3)può provare emozioni; 4)possiede un corpo. Il quarto punto, ad esempio, è fondamentale e in linea con la nuova “embodied cognition” (cognizione incarnata/incorporata, l’ennesimo scacco matto a Cartesio!), tranquillamente applicabile alla filosofia di stampo fenomenologico di cui Sartre era un esponente; siamo ben lontani dai cervelli in una vasca!

        Per l’emergentismo bisognerebbe fare un discorso a parte: trattasi infatti di una scelta ben precisa per la spiegazione della cosiddetta “causazione mentale”, ossia ci si interroga su come possano emergere, da un meccanismo fisico, anche proprietà di natura diversa (quelle mentali, appunto: l’emergentismo entra in gioco nel delicato rapporto mente/corpo di cui si occupa la filosofia della mente); il discorso è abbastanza articolato, ma sarò felice di parlartene, se ne hai voglia. :)

        Passiamo dunque all’ultima domanda. Cosa Sadamoto ha mancato del personaggio? Innanzitutto la fondamentale apatia di cui abbiamo parlato (e che abbiamo motivato): vedo fin troppe reazioni esplicite nella versione di Gendo nel manga, quando invece l’impassibilità sarebbe d’obbligo… Vogliamo ricordare la famosa scena dell’episodio 19, in cui Gendo viene letteralmente sommerso dal sangue dell’Eva 01? Quale fu la sua reazione nell’anime? Una sorprendente impassibilità che nel manga non ho visto, esattamente come non l’ho vista poche pagine prima di fronte alla mancata attivazione dello 01 (nonostante quell’immagine di Gendo circondato dalle molteplici immagini di Shinji sugli schermi sia di una bellezza unica…non a caso ha dominato per parecchio tempo lo schermo del mio cellulare! XD). E così via per gli altri casi che non sto qui ad elencare, fino ad arrivare, ahimè, al famoso discorso finale tra Gendo e Shinji: lì proprio abbiamo sbagliato alla grande. Abbiamo una bugiarda e lunga confessione di Gendo, un fantomatico odio nei confronti del figlio fin dalla nascita perché geloso, una “mancata divinità” e, per finire, un continuo contatto fisico con Shinji che il Gendo dell’anime mai si sarebbe sognato, terrorizzato com’è dal figlio e dal contatto con le persone in generale! No, secondo me non ci siamo, non è questo il Gendo di Hideaki Anno, non ne colgo le sfumature essenziali.
        Nulla da dire, invece, per i disegni, che invece trovo, come già accennato precedentemente, meravigliosi.

  2. Simone scrive:

    L’embodied cognition e la filosofia del corpo non le conoscevo, grazie per la dritta! Adesso ho cercato in rete e mi sembrano molto interessanti!
    Per quanto riguarda l’emergentismo ho letto solo qualche articolo divulgativo sull’argomento, in realtà uno era anche piuttosto complicato ma era parecchio interessante. Che poi avevo notato che è un approccio che sta trovando spazio anche al di là della teoria della mente, ad esempio avevo letto dell’idea di uno spaziotempo emergente (http://www.media.inaf.it/2014/04/24/un-tuffo-nello-spaziotempo/) e mi aveva incuriosito molto (sempre a livello divulgativo però).
    Certo mi fa piacere parlarne e saperne qualcosa di più, se non ti disturbo troppo ovviamente! Anzi grazie per la proposta! :-)

    Questione Gendo. Qui sarò un po’ logorroico, perdonami XD

    Capisco il punto, io invece devo dire che non ho visto tali reazioni cozzare con l’apatia e la repulsione che caratterizzano Gendo. Provo a spiegarmi.
    Nell’episodio 21 (volume 8) ci viene mostrato il passato Gendo, un uomo che si è ubriacato ed è rimasto coinvolto in una rissa. È vero che la rissa non l’ha scatenata lui, bensì vi è stato trascinato e dunque si è dovuto difendere, però se dovessi immaginare un uomo apatico al 100% con una forte repulsione per il contatto con il prossimo diciamo che non penserei a una persona che si va a prendere un drink al bar o in un luogo affollato. Mi immaginerei piuttosto un misantropo che possiede qualche bottiglia di sake o di whisky nel proprio appartamento e beve da solo. Con questo intendo dire che Gendo, nonostante la forte componente di paura per l’impalpabile velo che distanzia tra loro le persone, da cui la nausea sartriana, l’introversione, l’apatia, etc. è un uomo fatto di carne e non un robot tutto d’un pezzo. Ovviamente la condizione di introversione, di apatia etc. di Gendo aumenta enormemente con la morte della moglie, tuttavia anche prima non è che fosse proprio una persona aperta. Come lui stesso confida “sono abituato a essere detestato”, e Fuyutsuki lo percepisce come una persona sgradevole.
    Sadamoto secondo me riesce a strutturare meglio il personaggio rendendolo più ricco di sfaccettature, mentre il lavoro di Anno talvolta mi pare forzatamente stereotipato.
    Il dialogo al Polo Sud con Fuyutsuki è presente sia nell’anime che nel manga, e Gendo lascia intendere una certa inclinazione d’animo verso un mondo purificato dal peccato, ovvero quel senso di “sporcizia” che egli avverte nell’interdipendenza che caratterizza l’essere-nel-mondo.
    Quando lo 01 rifiuta di attivarsi nel volume 7 (la splashpage con tutti gli schermi e Gendo smarrito è notevole … va beh, ma io adoro le immagini a doppia pagina) il fatto che Gendo perda le staffe secondo me è importante proprio perché apre una breccia nell’interiorità del personaggio.
    Il bello è che al primo rifiuto Gendo rimane impassibile, sussurra un “che voglia rifiutarmi?”, però poi quando la cosa continua e il dummy non parte l’inconscio emerge e Gendo è istintivamente costretto a lasciarsi andare per un momento. Sente che Yui (YUI) lo sta rifiutando, sente venir meno due cose: la donna che ama e la necessità psicologica di avere le cose sotto controllo a livello cosciente. In questo momento Gendo è come un bambino piccolo che sente traballare la base quando il genitore lascia la stanza: panico e ansia da separazione.
    L’Eva-00 e l’Eva-02 sono stati distrutti, Shinji non c’è e l’Eva-01 non si attiva, se Zeruel arriva a destinazione Gendo deve dire addio al ricongiungimento eterno con Yui. Non si tratta più di non poter stare con la donna che lo ha amato e che egli ha amato per un periodo pari alla durata della vita, bensì si tratta di accettare la perdita eterna. L’ultimo barlume, il Perfezionamento, non sarebbe più possibile. È il contrario di quello che desidera Gendo, lui vuole l’eternità con Yui ma se esplode l’Impact si troverebbe catapultato nella condizione opposta. Il castello crolla, fine di tutto, addio per sempre.
    Per me è una parte è davvero mirabile perché Sadamoto mostra l’inconscio che prende il sopravvento quando il vuoto, l’abisso, il baratro si spalancano sotto i piedi. Gendo, proprio come nel caso della rissa, non può rimanere impassibile.

    Per quanto riguarda il confronto tra padre-figlio nel volume 12 da una parte sono d’accordo con te, il fatto che Gendo si confidi con Shinji e lo prenda per il bavero della camicia risulta molto strano. Ho comunque aggiunto un’integrazione che riguarda proprio questa parte nell’articolo dedicato al finale. Poi magari mi dici cosa ne pensi. :-)

    • casoniamalvi scrive:

      La logorrea, quando si parla di Evangelion, è SEMPRE cosa buona e giusta! XD

      Senza ombra di dubbio Gendo non è un robot e con il mio articolo penso di averlo espresso pienamente, semplicemente (e volendo prendere in prestito le parole di Ritsuko) non è molto portato a vivere: la disperazione di Gendo non si sarebbe palesata se non fosse stato “un uomo fatto di carne”.
      La rissa del bar, del resto, come dici tu stesso denota la presenza di una certa “umanità” e prima della morte di Yui è riscontrabile comunque anche un comportamento abbastanza ironico e, in qualche modo, attivo nonché idoneo alla vita pubblica; in generale, inoltre, Gendo appare dotato di un’intelligenza tale da escludere un suo non-coinvolgimento totale nel mondo. Il suo problema personale, dunque, esplode tragicamente con la scomparsa della moglie, con le conseguenze tristissime che tutti noi conosciamo.
      Quello che non mi piace della scelta di Sadamoto, dunque, è il non aver colto il personaggio nella sua interezza: è vero che i sentimenti sono ancora presenti in Gendo (e mi sembra che il quinto episodio dell’anime ce lo mostri chiaramente) ma è importantissimo, secondo me, mostrare il tentativo di totale chiusura di Gendo che è per lui NECESSARIA: questa necessità, appunto, non sono riuscita a coglierla nel manga. Capisco il tuo punto di vista sulla scena del rifiuto da parte di Yui, però, non so, io penso che la freddezza in quel contesto fosse fondamentale per mostrarci il devastante livello di alienazione: preferisco che la sua umanità non del tutto sopita sia in generale presentata allo spettatore attraverso elementi non “espliciti”, come nel caso del Rebuild durante la cena condivisa da Gendo e Rei. Viceversa, ho apprezzato molto nel manga il suo crollo di fronte alla lapide di Yui a poco tempo dalla morte di quest’ultima (si vede in uno dei ricordi di Shinji durante il Perfezionamento): ecco, in quel caso la manifestazione di dolore va bene, sia per la vicinanza temporale dell’accaduto sia per il contesto intimo, nonostante la presenza del piccolo Shinji che, comunque, in quel preciso momento Gendo non aveva ancora allontanato da sé.
      Poi, ti ripeto, io adoro Gendo, quindi ho piacere di “affrontarlo” sia nel manga che nell’anime, ma il lavoro di Anno, per me, è insuperabile e su questo credo che siamo tutti d’accordo: si può dire, comunque, che il Gendo del manga possa essere accettabile solo ed esclusivamente conoscendone anche la versione dell’anime, che deve essere comunque l’insostituibile chiave di interpretazione. ;)

  3. Simone scrive:

    Grazie per la corposa risposta! È un bel dialogo tra logorroici, bene, così è interessante!

    Capisco cosa intendi dire. Nell’anime la profonda disperazione di Gendo e la sua intrinseca difficoltà a vivere sono esplicitate attraverso il suo tentativo, su vari livelli, di chiudersi al mondo. Gendo misura i movimenti, le parole e perfino il suo tono di voce non sale mai sopra le righe, e tutte queste cose contribuiscono a mostrarci un Gendo introverso, apatico e disgustato dall’interdipendenza. Anche se nel manga ci sono tali scene è vero che sono di meno rispetto all’anime. Ora il punto è che secondo te la scena della reazione nel volume 7 snatura l’essenzialità di Gendo, mentre secondo me no. Perché questo?

    La domanda che mi pongo io è: davvero la caratterizzazione di Gendo fatta da Sadamoto è irrealistica, incoerente e snatura la psicologia del personaggio?

    InThe End of Evangelion quando Rei tradisce Gendo, quest’ultimo manifesta in modo esplicito la propria disperazione gridando. Chiaramente questo è un punto di climax, se nemmeno in questo caso Gendo si fosse messo a urlare sarebbe stato strano. Ecco io tendenzialmente vedo il caso di Zeruel in modo simile al tradimento di Rei.
    Tutto va come se Gendo si trovi su un aereo senza pilota che si sta per schiantare al suolo: è un evento che sovrasta le capacità di controllo di Gendo. In una situazione simile secondo me viene meno la freddezza e soprattutto l’auto-coercizione a mostrarsi apatici, alienati, etc.
    Sebbene sicuramente Gendo non sia così solo di facciata (in senso auto-imposto), ma lo è anche a livello inconscio poiché il dolore per la perdita di Yui ha scavato in lui un abisso profondo, è altrettanto vero che in una situazione di forte stress l’inconscio può manifestare a livello cosciente delle risposte tutt’altro che prevedibili o controllabili. In fin dei conti è l’eccezione che conferma la regola, Gendo mantiene la caratterizzazione dell’anime tuttavia essendoci meno episodi (mancano 4 Angeli) e poiché alcune scene sono modificate, sembra che tale psicologia venga meno o sia snaturata, invece secondo me sono casi eccezionali che vanno analizzati nel contesto.
    Il caso di Zeruel rientra in questa categoria perché è un bestione che distrugge 18 lastre corazzate con un raggio … Gendo si è visto sull’orlo dell’oblio, mantenere il sangue freddo e il distacco durante l’attacco di Sachiel (ad esempio quando cadono i lampadari), durante il black out e perfino quando Tabris giunge a destinazione è un conto, reagire allo stesso modo quando Yui rifiuta il dummy e Zeruel sta distruggendo tutto è, secondo me, irrealistico.
    Cioè, talvolta è difficile immaginare la scena in modo vivido, alla fine per noi è qualcosa di disegnato, però se ci soffermiamo a pensarci: un mostro alto decine di metri che lancia raggi esplosivi sta per far terminare la tua esistenza nonché sta per cancellare l’unica via di fuga (il Perfezionamento) e non hai più carte da giocare. Dato che il palcoscenico di Evangelion è la realtà quotidiana (e non un mondo fantastico alla Dragon Ball), secondo me ci sta che uno perda un po’ la ragione (un mostro da far vacillare la ragione) dinnanzi a un evento così eclatante come quello in esame.
    L’incoscio e gli istinti primordiali esplodono come dei geyser, al di là di qualsiasi freno inibitorio o distacco a livello conscio o a livello sub-conscio. Sì, Gendo è alienato e apatico, ma alla fin fine non è che abbia una malattia genetica che gli frena le emozioni, per questo secondo me la scelta di Sadamoto non snatura in alcun modo la caratterizzazione psicologica del personaggio. In questo senso intendevo che è “fatto di carne”.

    Assolutamente non intendevo e non intendo sminuire il tuo articolo o la tua opinione, semplicemente provo a cercare delle chiavi interpretative che possano aprire degli scenari più ampi.
    Per dire, a me quando Shinji fa lo scemotto mentre Kaji gli racconta il proprio passato nel volume 7 non piace, perché toglie quel pathos che dovrebbe caratterizzare la scena e cozza con l’atmosfera claustrofobica di Evangelion, però alla fine ho cercato di immaginare delle motivazioni a questa scelta e in effetti ne ho trovata una che mi piace e funziona.
    In quest’ottica la caratterizzazione psicologica del Gendo di Sadamoto tende a essere abbastanza fedele a quella della controparte animata (anche se, come giustamente osservi, conoscere la versione animata è importante per focalizzare meglio il binario), solo che in più vengono rese esplicite delle manifestazioni dell’inconscio instintuali non controllabili e ciò aumenta il realismo (cosa che manca nell’anime). Ora, tendenzialmente tendo a non complementare anime e manga a livello narrativo, quindi uno è il Gendo di Anno e uno è quello di Sadamoto, però a livello di progettualità non posso fare a meno di vedere le varie sfaccettature complementarsi tra loro. Un po’ come la FAR che non è presente né nell’anime e né nel manga, ma a livello di idea è presente, aleggia nell’aria.
    In ogni caso questa è solo la mia interpretazione, non è che ti voglio far cambiare idea :-)

    PS: ma l’emergentismo?! *_*

    • casoniamalvi scrive:

      Non ho minimamente pensato che tu volessi sminuire il mio lavoro, anzi, sono veramente molto contenta di questo dibattito e capisco perfettamente il tuo punto di vista!
      Il discorso sull’inconscio è giusto e sacrosanto, però io tendenzialmente riesco a giustificarlo, in Gendo, solo in contesti più intimi, ed in quel preciso istante io ho ammirato molto la freddezza scelta da Anno; nel The End, invece, di fronte al tradimento di Rei e tutto ciò che la ragazza significava per lui, sia a livello strumentale che umano. Gendo che “perde la testa” per qualcosa che riguarda Rei, ecco, sì, questo è concepibile, per tutti i motivi che sappiamo.
      Penso comunque che il manga, se affiancato all’anime, possa essere una buona lettura ma serve appunto la chiave di Anno (nel senso delle sfaccettature che hai argomentato tu), e c’è da dire che tra tutti i personaggi di Evangelion snaturati da Anno probabilmente Gendo è quello che se la cava meglio! Forse è per questo che non riesco ad apprezzare alcune scelte riguardo a Gendo, proprio perché qualcosa nell’atmosfera generale (che coinvolge tutti i personaggi) è cambiato troppo… Con ciò non voglio dire che del manga non abbia apprezzato nulla: la scena finale con Yui, appunto, mi è piaciuta moltissimo.

      …L’emergentismo, hai ragione! XD
      Parlare dell’emergentismo significa inserirsi nel delicato rapporto mente/corpo le cui origini vengono fatte risalire a Cartesio. Può essere interessante notare come una dicotomia di tale genere fosse presente già in Platone, ad esempio, il quale concepiva l’anima come qualcosa di separabile e superiore rispetto al corpo, “carcere” della stessa; le argomentazioni di Cartesio, comunque, sono decisamente più vicine a quelle di Agostino, il quale identificò il problema anima/corpo (ancora non si parlava di “mente”) non in un rapporto di superiorità ed inferiorità, bensì di interiorità ed esteriorità, secondo il quale l’anima era da ricercare dentro noi stessi.
      Ora, Cartesio, da bravo figlio del proprio tempo, sentì il dovere di salvare la nostra parte più intima dalle pretese della nascente scienza moderna, desiderosa di oggettivizzare ogni cosa sotto il proprio sguardo indagatore, da cui la concezione delle famose res cogitans (messa a riparo dalla scienza) e res extensa.
      Da allora abbiamo fatto svariati passi per quanto riguarda la dicotomia mente/corpo, tuttavia le domande sono, più o meno, rimaste sempre le stesse: è possibile spiegare la mente in termini di corporeità? Cos’è questa soggettività nonché aspetto qualitativo della nostra coscienza irriducibile? Come possono eventi ontologicamente differenti essere causalmente correlati (chiamasi problema della causazione mentale)?
      Ora, secondo il fisicalismo e la relativa teoria della chiusura causale, la fisica ha la risposta a tutto: esistono cause fisiche di effetti altrettanto fisici, tutto il resto è aria fritta. Di fronte, però, ad una mente che fatica a lasciarsi ridurre in tal modo, si è venuto a creare anche un fisicalismo non riduttivo, ossia che riconosca comunque l’esistenza di proprietà mentali, sì, ma sempre riconducibili a cause fisiche: tale scelta non è piaciuta molto, poiché sembrerebbe che sia una sorta di “regalino” alle proprietà mentali senza che, effettivamente, abbiano un senso causale.
      Ed ecco che entra in scena l’emergentismo ponendo il tutto in termini differenti: esso riconosce la possibilità che un sistema raggiunga livelli di complessità tali da fare emergere nuove proprietà non riducibili ad altre, nate proprio dall’interazione tra le varie componenti del sistema stesso; ciò implica affidare agli stati mentali, ad esempio, una vera e propria nonché imprescindibile efficacia causale. La scelta dell’emergentismo si riallaccia, comunque, proprio ai nuovi approcci nel campo della fisica: “complessità”, infatti, non è da intendersi in termini di “complicato”, bensì secondo il suo significato fisico-matematico di sistema non lineare (basti qui sapere che un sistema non lineare spiega il famoso effetto farfalla), la cui trattazione scientifica è nelle mani della teoria dei sistemi dinamici, a cui si riallaccia l’embodied cognition di cui ti ho accennato qualche commento fa.
      Spero l’esposizione abbia suscitato il tuo interesse!

      • casoniamalvi scrive:

        (Errata corrige: “snaturati da Sadamoto”, si era capito, no? XD)

      • Simone scrive:

        Beh sì quando Rei tradisce Gendo siamo proprio al climax, lì si vede proprio la disperazione traboccare fuori. Poverino Gendo!
        Certamente Anno ha sottolineato soprattutto l’aspetto amorfo di Gendo, quel vuoto e quel distacco emotivo che lo attanagliano dopo la morte di Yui, mentre Sadamoto ha preferito mettere in scena anche altre cose. Diciamo che per me il manga ha almeno due aspetti positivi: il primo è che ci permette di dare uno sguardo esplicito ad altre idee dietro le quinte (es. Kaworu che suona il piano, lo scontro con la Serie degli Eva della Seele, oppure il fatto che Sadamoto voleva concludere EoE con la neve e alla fine nel manga è accaduto proprio questo), il secondo è che cambiando un po’ la caratterizzazione dei personaggi è venuto fuori uno scenario parallelo in cui, anzi di ribadire le medesime cose in modo identico, si ha a che fare con dei “what if” che propongono aspetti inediti, e ciò secondo me è interessante per cogliere affinità e differenze in una macrostoria che comunque è la stessa.
        Assolutamente d’accordo sul primato gerarchico dell’anime rispetto al manga, d’altronde quest’ultimo è nato come supporto per la serie TV e sicuramente Anno era più invischiato nei temi trattati di quanto non sia mai stato Sadamoto. Inoltre condivido che la lettura del manga vada fatta in concomitanza alla visione della serie animata o comunque dopo aver visto questa, alla fin fine è evidente che il manga semplifica, ad esempio la risoluzione di Shinji nel manga, nonostante Sadamoto riesca a cogliere alcuni punti di svolta fondamentali, è molto più semplice e restano in ombra tante delle cose dette negli episodi 25 e 26 della serie TV.

        Grazie per la parte sull’emergentismo, sicuramente l’interesse si è destato! :-) Devo dire che più o meno alcune di queste cose le sapevo (non a caso in un commento precedente avevo scritto complessità non riducibile XD), però mi mancava un po’ il filo storico e diversi collegamenti (tipo la causazione mentale, il legame con la cognizione incarnata etc).
        Ma per caso studi fisica? Sui sistemi dinamici mi fermo ai lineari, e tipo lo spazio degli stati l’ho visto solo di sfuggita :-/

      • casoniamalvi scrive:

        Sai cosa pensavo (ci ho pensato stamattina mentre sorseggiavo il cappuccino, della serie “give me a break, Eva!” XD)? Se volessimo trovare, per la famosa scena-oggetto della nostra discussione, una via di mezzo, potremmo optare per la scelta del Rebuild: in quel caso Gendo reagisce, tanto che viene ripresa proprio una frase del manga, eppure “si limita” a stringere i denti, ecco… secondo me va benissimo così, perché viene palesata una sacrosanta dose di preoccupazione e frustrazione ma senza esagerazioni! Il 2.0 del Rebuild fa secondo me un buon lavoro con Gendo: ne mantiene la caratterizzazione ma concede uno sguardo in più; per quanto riguarda il 3.0 penso di dover aspettare prima di pronunciarmi, ci sono troppi punti lasciati irrisolti, anche se il film mi è comunque piaciuto.

        Sì, in passato ho studiato fisica per poi spostare però la mia attenzione altrove! ^^ Mantengo dunque ricordi della mia -seppur parziale- conoscenza di un ambito di ricerca che, vuoi o non vuoi, trovi più o meno dappertutto…com’è giusto che sia, d’altronde. :)

      • Simone scrive:

        Anche a colazione Eva non molla! Ma era un ucc coffee? XD Comunque ho capito cosa intendi, il Gendo di Anno è talmente alienato che rimarrebbe impassibile anche ruzzolando dalle scale :’D A parte gli scherzi, è vero il Gendo del Rebuild è un po’ meno distaccato e quindi risulta più espressivo ed emotivo, anche l’idea del pranzo nel 2.0 sarebbe stata improponibile nella serie TV. C’è da dire che tutto il Rebuild è meno claustrofobico di NGE e riflette la condizione attuale di Anno.
        Però anche a me il Gendo/X-Man del 3.0 lascia perplesso, un po’ come tutto il Rebuild a esser sincero. NGE è fortemente legato all’epoca degli anni Novanta nonché allo stato di Anno in quel periodo, e per quanto nel Rebuild Anno abbia inserito cose che lo riguardano (tipo l’idea del pranzo nel 2.0 discende dal fatto che lui ha iniziato a mangiare con piacere insieme alle persone), mi chiedo se abbia urgenza e forza comunicativa o se si riduca a una storia di intrattenimento. Soprattutto deve cercare di distanziarsi da NGE e trovare un qualche elemento peculiare con cui caratterizzare il Rebuild… Boh, per ora un’idea me la sono fatta, però ovviamente bisogna vedere Final…

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